I MOTIVI DELL’OBIEZIONE DI COSCIENZA ALLE VACCINAZIONI

Meningococcal-VaccinexxxI motivi che sottendono all’obiezione di coscienza alle vaccinazioni possono essere molteplici. Spesso gli obiettori sono ritenuti dei fanatici, dei settari, delle persone che rifiutano il progresso scientifico in nome di una particolare predilezione per le cose “naturali”, degli ingenui, degli approfittatori dei benefici (presunti) dell’altrui vaccinazione, persone che fanno questa scelta sulla base di motivazioni di carattere ideologico, e così via. Tutte queste definizioni sono architettate ad arte per ridurre a banalità una scelta che nasce invece da una profonda esigenza di essere al centro delle proprie decisioni, senza delegare a nessuno questo compito. Ma ogni scelta deve poter essere il frutto di un percorso, anche interiore, di maturazione. L’analisi dei fatti ci aiuterà a percorrere parte di questo cammino, che per altri versi è del tutto personale.

 

LA SITUAZIONE EUROPEA E NEI PAESI OCCIDENTALI SVILUPPATI

In Europa rimaniamo, insieme alla Francia, Belgio, Portogallo e Grecia tra i pochi paesi dove restano in vigore ancora leggi dello stato per l’obbligo vaccinale. Molte regioni italiane si sono avviate verso una libertà di scelta di fatto, ma il percorso è ancora caratterizzato da insidie e continui passi indietro, soprattutto grazie alla persistente pressione dell’establishment sanitario che teme un calo consistente delle coperture vaccinali richieste dall’OMS in caso di liberalizzazione. Di fatto laddove le regioni hanno attenuato la pressione verso gli obiettori questo non si è verificato, anche perché nel contempo la cosiddetta offerta vaccinale è più che raddoppiata, insieme all’intensificazione delle operazioni di marketing delle case farmaceutiche produttrici dei vaccini che oramai coinvolge a pieno titolo le istituzioni sanitarie nazionali, gli ordini dei medici pediatri, OMS in testa. Molta strada deve essere ancora percorsa per una reale presa di coscienza di questo fenomeno, soprattutto per sgomberare il campo da tutte le forme omertose che tendono a nascondere i danni provocati dalle vaccinazioni i quali, qualora emergessero in tutta la loro portata metterebbero in seria discussione tutto questo sistema con grave pregiudizio sulla credibilità di tutte le istituzioni coinvolte.

Gli obblighi di Legge
Le leggi dell’obbligo in Italia:

  • Legge 6 giugno 1939, n. 891, “Obbligatorietà della vaccinazione antidifterica”;
  • Legge 4 febbraio 1966, n. 51, “Obbligatorietà della vaccinazione antipoliomielitica” (allora con vaccino Sabin, oggi, dai primi anni 2000 con vaccino Salk);
  • Legge 5 marzo 1963, n. “92, “Vaccinazione antitetanica obbligatoria”; modificata con Legge 27 aprile 1981, n. 166, “Modifiche alla legge 292/1963, e della legge 419/1968, concernente la vaccinazione antitetanica obbligatoria”;
  • Legge 27 maggio 1991, n. 165, “Obbligatorietà della vaccinazione contro l’epatite virale B”
  • Sono obbligatorie solo le vaccinazioni del primo anno.
LA SITUAZIONE ITALIANA E ALCUNI CASI PARTICOLARI

In Italia così come in tutti i paesi del mondo è la disinformazione a farla da padrona in questo campo: come abbiamo messo in evidenza nei capitoli precedenti sono molteplici le contraddizioni che emergono quando si parla del presunto successo delle vaccinazioni di massa nell’eradicazione delle malattie infettive, e anche qualora questo fosse un obiettivo c’è da chiedersi se realmente ciò costituisca un beneficio per l’umanità piuttosto che privilegiare altre strategie come il rafforzamento ed il mantenimento del sistema immunitario.
Senza addentrarci in questi ambiti, diciamo subito che la politica sanitaria italiana in questo, come in altri settori, tende a “scimmiottare” quella americana: il calendario vaccinale è oramai caratterizzato da una massiccia somministrazione di vaccini (fra obbligatori e non) che nel primo anno di vita può arrivare anche a 12 vaccini (di cui solo 4 sarebbero obbligatori per legge) in 7 diverse somministrazioni, senza contare possibili campagne di vaccinazioni sperimentali.

In tutti questi casi si utilizza di base il concetto dell’obbligatorietà come accesso alla programmazione vaccinale, rendendo però il tutto confuso parlando di “vaccinazioni raccomandate”. Solo quando il genitore fa cenno ad una certa resistenza allora si torna a parlare di obbligo, ma in quel caso spesso siamo già nella strada dell’obiezione: nella stragrande maggioranza dei casi i genitori vengono “convinti” a seguire i programmi vaccinali istituzionali dai loro pediatri (quando anche non si ecceda per “eccesso di zelo”), ai quali si affidano ciecamente.
Il problema nasce quando si manifestano le reazioni avverse: allora scatta il piano B, con la negazione su tutti i fronti della relazione causa-effetto fra vaccino e patologia, iniziano le peregrinazioni negli istituti pediatrici e il valzer delle diagnosi, dove al più i genitori si sentiranno dire che la sfortuna ha voluto che il proprio figlio si ammalasse di una malattia “rara”. Molto spesso si continuano a vaccinare bambini che hanno manifestato sia dopo la prima che dopo la seconda dose (soprattutto) gravi reazioni avverse. Ufficialmente alle vaccinazioni non sono attribuite particolari controindicazioni, anzi, si sono sentiti talvolta pediatri affermare pubblicamente (anche attraverso pubblicazioni) che un bambino con qualche linea di febbre può essere tranquillamente vaccinato.

Per contro vengono enfatizzate situazioni molto particolari ed isolate (dal punto di vista cronologico) che possono (opportunamente lette) mettere in luce la potenziale pericolosità di una malattia infettiva. In tutti questi casi vengono omesse notizie e informazioni che potrebbero fare maggiore chiarezza sulle situazioni che si sono verificate, in modo tale da “guidare” l’interpretazione nella direzione voluta.
Vi proponiamo di seguito due casi interessanti del nostro recente passato, quello della cosiddetta epidemia di morbillo in Campania e la questione degli immigrati (altro grande cavallo di battaglia dei detrattori della liberalizzazione delle vaccinazioni). Ma potremo citarne molti altri, dalla famosa campagna antimeningite scattata in Veneto all’inizio del 2008 (dopo che era entrata in vigore la sospensione delle leggi dell’obbligo vaccinale pediatrico in quella regione) alle fantomatiche epidemie di SARS, aviaria e recentemente suina, presunte epidemie che però hanno poco di “nazionale” ma molto di “mondiale”.

L’EPIDEMIA DI MORBILLO IN CAMPANIA

Nel 2002 in questa regione si sono verificati circa 20.000 casi di infezione da morbillo che, oltre a colpire i “soliti bambini delle elementari” e più raramente dell’asilo, ha stranamente coinvolto un numero abnorme di ragazzi e qualche adulto fino ai 48 anni. In ogni caso ci sono stati tre morti (poi saliti ad otto, tra cui un decesso sospetto: un uomo di 28 anni di Caserta, anche lui non vaccinato, morto a Benevento il 2 luglio) imputate a complicazioni da morbillo (così si dice). Di fatto non sono state rese note le autopsie dei deceduti.
Nei primi casi si tratta di una bambina di sette mesi morta il 10 marzo per insufficienza respiratoria acuta; poi una bambina down di 11 anni all’inizio di maggio, infine il 2 giugno è toccato a Giuseppe, un bambino di 4 anni, oltre ad un sospetto su di un’altra deceduta, 5 giugno, ad otto mesi e mezzo di cui si supponeva la stessa causa ma questa ultima è stata smentita nei giorni successivi.
In Italia per questa malattia l’incidenza è di circa 15 casi su 100.000 mentre già in febbraio 2002 si era arrivati a 22 su 100.000, in particolare in Lazio e Campania. In quest’ultima, l’altro anno sono stati vaccinati per la prima volta il 53% dei bambini, mentre in Italia si è arrivati per la prima volta al 74%. (Corriere della Sera del 14/04/02).

Mettendo assieme tutti questi dati si possono fare dei ragionamenti logici inquietanti.

  • Proprio nel 2001 la Sanità ha praticamente “ultra vaccinato” finalmente anche in Campania (cosa mai riuscita), e nei primi mesi del 2002 compare la più grave epidemia di morbillo della storia d’Italia.
  • Evidentemente all’assessore non quadrava qualcosa, forse sulla chiara dimostrazione di tale causa di morte.
  • In Italia il morbillo “normale” non uccide da 50 anni.
  • Il morbillo non coinvolge ragazzi, adulti e neonati di sette mesi se non eccezionalmente, ed ancora più eccezionalmente li uccide,
  • Quella epidemia non si è comportata in modo normale. Non era un virus normale
  • Se fosse dovuta ai virus vivi diffusi nell’ambiente dai vaccini dell’altro anno, l’epidemia doveva “scoppiare” prima, non in febbraio
  • Negli ultimi dieci anni si è avuta molte volte notizia che dopo la guerra, negli USA spesso “i militari” hanno diffuso su ignare comunità americane virus e batteri pericolosamente modificati per valutarne “l’efficienza”, provocando gravi epidemie locali di malattie anche sconosciute e quindi mal curabili.
  • L’epidemia ed i morti per morbillo in Italia vengono attualmente usati come esempio per convincere alla vaccinazione gli altri paesi avanzati, oltre che per convincere “gli altri campani.
  • E’ noto che le madri vaccinate per il morbillo non sviluppano anticorpi per tutta la vita, come invece chi è stato esposto alla malattia, quindi non passano questa protezione ai figli durante l’allattamento. Il risultato è che negli USA (super vaccinati) il morbillo si presenta frequentemente a pochi mesi di vita o comunque prima dell’età naturale, oppure in età adolescienziale ed anche adulta, con complicazioni molto più gravi (vedi ad esempio Pediatrics 05/11/99). La “loro” soluzione è vaccinare prima dei 15 mesi, ma secondo noi questo aggraverebbe il carico di stress biochimico a carico perlomeno del sistema immunitario ancora in formazione.
  • Ricordiamo infine che il morbillo previene molti cancri ed altre malattie degenerative nella misura del 20% (Tove Ronne, The Lancet 05/01/85). In altre parole le malattie infettive rinforzano! Non averle, indebolisce!
GLI IMMIGRATI

MANIRiportiamo di seguito un interessante brano tratto da “La Salute in Italia. Rapporto 1997” a cura di M. Geddes e G. Berlinguer, Ed. Ediesse.
“Il flusso migratorio verso l’Italia proviene da Paesi le cui popolazioni hanno un livello di salute assai più basso e un più limitato accesso ai servizi sanitari. Tuttavia gli aspetti socio-economici e caratteriali individuali determinano una selezione che esclude in partenza individui che non godano di apparenti buone condizioni di salute. E’ quanto descritto in letteratura come “effetto migrante sano”: l’immigrato come individuo autoselezionatosi o investito di un progetto migratorio finalizzato a portare benefici al suo nucleo familiare e quindi scelto tra molti come il più forte ed adattabile. Tali premesse supportano la constatazione che le patologie d’importazione si siano dimostrate, nella prima generazione di migranti, di minor frequenza di quelle acquisite nel Paese ospitante e di quelle cosidette di adattamento.

Le strutture sanitarie dedicate all’assistenza di questa popolazione hanno sottolineato come, nella maggior parte dei casi, la prima richiesta di cura si manifesti temporalmente distinta dall’arrivo in Italia. L’immigrato arriva quindi nel nostro Paese con un patrimonio di salute pressoché integro. Le complessive condizioni di vita cui l’immigrato dovrà conformarsi potranno poi essere capaci di erodere e dilapidare, in tempi più o meno brevi, tale patrimonio. Nei poliambulatori per immigrati istituiti a Milano, Roma e Torino si sono registrati: una netta prevalenza di patologie acute; il ruolo limitato delle patologie infettive e parassitarie e la loro modesta gravità clinica (rare in particolare si sono dimostrate le patologie esotiche d’importazione). Gli interventi diagnostico-terapeutici prestati a immigrati hanno riguardato prevalentemente: l’apparato respiratorio (soprattutto nei mesi invernali); l’apparato digerente; quello osteomuscolare; pelle e mucose; l’apparato genito-urinario; la sfera ostetrico-ginecologica.

Nodo cruciale per lo stato di salute dello straniero è stato, in questi anni, la discriminazione nell’accesso ai servizi socio-sanitari pubblici per talune fasce di immigrati. L’immigrazione da Paesi ad alta prevalenza di INFEZIONE TUBERCOLARE verso aree a bassa prevalenza non costituisce un rischio epidemiologico rilevante per le seguenti motivazioni:

  • il processo migratorio, come è stato confermato in vari studi a carattere internazionale e da osservazioni a carattere nazionale, viene affrontato da individui giovani e sani;
  • nel Paese ospite esiste generalmente un sistema sanitario, sia di sorveglianza sia curativo adeguatamente sviluppato che annulla quasi totalmente i rischi per la popolazione residente;
  • attualmente abbiamo a disposizione presidi farmacologici adeguati per un’efficace profilassi e un idoneo controllo della malattia.

Purtroppo le condizioni di degrado sociale e ambientale in cui l’immigrato si viene a trovare nel Paese ospite fanno si che il suo rischio globale di malattia e di contagiosità tubercolare sia addirittura superiore a quello dei suoi coetanei rimasti in patria. Ma la diffusione dell’infezione si circoscrive in maniera quasi esclusiva all’interno del gruppo di appartenenza dell’immigrato, seguendo un circolo vizioso. L’immigrato che si ammala di tubercolosi è, nell’esperienza del poliambulatorio della Caritas di Roma, un giovane di età media intorno ai 30 anni, nella maggior parte dei casi di sesso maschile e in buona salute all’arrivo in Italia. Le condizioni di disagio ambientale sembrano esporre tali individui a un più elevato rischio di malattia, che a sua volta viene mantenuto alto dal costante sovraffollamento delle strutture alloggiative di cui gli immigrati riescono ad usufruire; tale situazione sembra giustificare il fatto che la diffusione della patologia riguardi soprattutto gli stessi gruppi di immigrati e le loro comunità”.

CALENDARIO DELLE VACCINAZIONI PER L’ETÀ EVOLUTIVA

I riferimenti ufficiali sono il sito del Ministero e i Piani Nazionali delel Vaccinazioni.
Il calendario prevede vaccinazioni obbligatorie e raccomandate in unica soluzione: ricordando che le leggi dell’obbligo riguardano Difterite, Tetano, Polio ed Epatite B e che normalmente viene proposta la vaccinazione esavalente al primo appuntamento (DTP + IPV + HB + HIB) la cosiddetta proposta vaccinale comprende nell’arco del primo anno di vita 3 richiami.

LE VACCINAZIONI NON SONO UN T.S.O. (TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO)

Il Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.), istituito dalla legge 180/1978 e attualmente regolamentato dalla legge 833/1978 (articoli 33-35), è un atto di tipo medico e giuridico, che consente l’imposizione di determinati accertamenti e terapie a un soggetto affetto da malattia mentale.
Il concetto di T.S.O., si basa su valutazioni di gravità clinica e di urgenza, e quindi è una procedura esclusivamente finalizzata alla tutela della salute. Questa norma ha sostituito il “ricovero coatto” (legge 36/1904) basato sul concetto di “pericolosità per sé e per gli altri” e/o “pubblico scandalo”, fortemente orientato verso la difesa sociale.
Il T.S.O. viene disposto dal Sindaco del Comune presso il quale si trova il paziente su proposta motivata di un medico. La legge 833/1978 si occupa dei T.S.O. all’art. 33 ma non cita le vaccinazioni: viceversa demanda allo stato la competenza amministrativa generale di esercitare funzioni amministrative generali in caso di vaccinazioni obbligatorie (art. 4).

LA COSTITUZIONE (ART. 32) TUTELA LA LIBERTA E LA SALUTE

Costituzione della Repubblica, PARTE I, Diritti e doveri dei cittadini.
TITOLO II: Rapporti etico sociali. Art. 32. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dello individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

IL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE

Il_principio_di_precauzione_nel_diritto_internazionale_e_comunitario_9533Comunicazione della Commissione, del 2 febbraio 2000. Il principio di precauzione può essere invocato quando è necessario un intervento urgente di fronte a un possibile pericolo per la salute umana, animale o vegetale, ovvero per la protezione dell’ambiente nel caso in cui i dati scientifici non consentano una valutazione completa del rischio. Esso non può essere utilizzato come pretesto per azioni aventi fini protezionistici. Tale principio viene soprattutto applicato nei casi di pericolo per la salute delle persone. Esso consente, ad esempio, di impedire la distribuzione dei prodotti che possano essere pericolosi per la salute ovvero di ritirare tali prodotti dal mercato.
Il caso dei vaccini con particolare riferimento alla loro potenziale tossicità (generale e particolare per il singolo individuo che manifesti particolari controindicazioni alla vaccinazione stessa) rientra a pieno titolo in questo principio.

Alcuni passaggi importanti e significativi della Comunicazione:
  1. L’attuazione di una strategia basata sul principio di precauzione dovrebbe iniziare con una valutazione scientifica quanto più completa possibile, identificando in ciascuna fase il grado di incertezza scientifica: nel caso dei vaccini sono disponibili migliaia di studi scientifici indipendenti che dimostrano la loro pericolosità o quanto meno ne mettono in discussione l’efficacia, ma non sono presi in considerazione dalle autorità nazionali predisposte alla loro approvazione.
  2. La procedura di decisione dovrebbe essere trasparente e dovrebbe coinvolgere tutte le parti interessate, quanto più precocemente e quanto più ampiamente possibile. Nel caso dei vaccini obbligatori questo non viene applicato, anzi non esiste nemmeno l’intenzione di informare i genitori sui rischi connessi alla pratica vaccinale (ad esempio non vengono forniti i foglietti illustrativi dei vaccini per consultazione preliminare).
  3. Configurare le misure secondo il livello di protezione prescelto. Il rischio può essere raramente ridotto a zero, ma una valutazione incompleta del rischio può ridurre notevolmente l’ambito delle opzioni possibili per coloro che debbono gestirlo. Non sempre un divieto totale può essere una risposta proporzionale al rischio potenziale. Tuttavia, in alcuni casi, è la sola risposta possibile. Questo punto sposa in pieno il diritto all’obiezione di coscienza alle vaccinazioni (intendendo il divieto totale come l’opposizione all’obbligo vaccinale, ovvero il non agire) perché di fatto non viene mai valutato il rischio connesso alla vaccinazione. D’altra parte non esistono nemmeno i dati ufficiali sui danni da vaccino e sulla loro distribuzione nella popolazione sia in termini di coorti di nascita che di gravità.
  4. L’esame dei vantaggi e degli oneri comporta un confronto fra i costi generali della Comunità dell’azione e dell’inazione, nel breve e nel lungo periodo. Non si tratta semplicemente di un’analisi economica costi/benefici: la sua portata è molto più ampia e comprende considerazioni non economiche, quali l’efficacia delle possibili azioni e la loro accettabilità da parte del pubblico. Nell’effettuare tale analisi, si dovrà tenere conto del principio generale e della giurisprudenza della Corte di giustizia, per cui la protezione della salute ha la precedenza sulle considerazioni economiche. Ogni altra considerazione in questo caso sarebbe superflua, ma va ricordato che tra le motivazioni addotte spesso per sostenere le campagne di vaccinazione di massa (anche di tipo antinfluenzale) si basano quasi esclusivamente su considerazioni di carattere economico, come ad esempio l’ipotetica (tutta da verificare) riduzione dell’assenteismo per malattia nei luoghi di lavoro.

Altro tema degno di nota: i responsabili (governativi, istituzionali, N.d.r.) debbono costantemente affrontare il dilemma di equilibrare le libertà e i diritti degli individui, delle industrie e delle organizzazioni con l’esigenza di ridurre o eliminare il rischio di effetti negativi per l’ambiente o per la salute. Trovare il giusto equilibrio, in modo tale da pervenire a decisioni proporzionate, non discriminatorie, trasparenti e coerenti, che siano inoltre in grado di garantire il livello di protezione prestabilito, richiede un processo decisionale strutturato basato su informazioni particolareggiate e obiettive di carattere scientifico o di altro tipo. Tale struttura è fornita dai tre elementi dell’analisi dei rischi:

  1. La valutazione del rischio,
  2. La scelta della strategia di gestione del rischio e
  3. La comunicazione del rischio.

Le valutazioni dei rischi dovrebbero essere fondate sui dati scientifici e statistici esistenti (come detto più sopra i dati ufficiali sui danni da vaccino in Italia semplicemente NON esistono).

La maggior parte delle decisioni sono adottate in circostanze nelle quali sono disponibili informazioni sufficienti per adottare adeguate misure preventive; in altri casi, tuttavia, questi dati possono essere per molti aspetti incompleti. Nel nostro paese non esiste un protocollo ufficiale di analisi cliniche e di indagine genetica basata anche sulla storia familiare che possa stabilire la compatibilità di un soggetto (in particolare in età pediatrica) verso la vaccinazione, nonostante i dettami della Sentenza della Corte Costituzionale N. 258 del 1994 (analizzata più ampiamente di seguito).
Infine sottolineiamo il seguente passaggio introduttivo: “Il fatto di invocare o no il principio di precauzione è una decisione esercitata in condizioni in cui le informazioni scientifiche sono insufficienti, non conclusive o incerte e vi sono indicazioni che i possibili effetti sull’ambiente e sulla salute degli esseri umani, degli animali e delle piante possono essere potenzialmente pericolosi e incompatibili con il livello di protezione prescelto”.
Il testo della comunicazione della Comunità Europea è molto ampio e potrà essere approfondito da ciascuno: quel che resta per il nostro scopo è il concetto fondamentale che nessun atto coercitivo quale la vaccinazione obbligatoria è, può essere esercitato senza violare questo principio, riconosciuto per tutti i membri della Comunità Europea. Lo stesso principio d’altronde viene richiamato nella Carta mondiale della natura adottata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1982.

VACCINAZIONI ED IMMUNITÀ DI GREGGE (HERD IMMUNITY)

Una delle teorie di maggior effetto per far passare l’accettazione della necessità di vaccinazioni di massa è quella dell’immunità di gregge, dall’inglese “herd immunity”.
Questo concetto viene illustrato come segue dal prof. Giorgio Bortolozzi in un articolo pubblicato da “neonatologia online”:

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Quando un pediatra o un servizio di vaccinazione si apprestano a sottoporre alla pratica vaccinale un bambino, affidato loro dai genitori, essi assolvono, quasi senza rendersene conto a due obblighi etico-sanitari, strettamente collegati fra loro:

  • Difendere il bambino dall’aggressione del maggior numero possibile degli agenti infettivi, in modo tale che egli possa crescere e svilupparsi al meglio, secondo le sue caratteristiche genetiche
  • Ma nel contempo collaborare, insieme a tanti altri operatori sanitari, a rendere più fitta la rete di difesa di tutta la popolazione nei confronti degli agenti infettivi. Vaccinando un numero elevato di soggetti impediamo in ultima analisi ai virus e ai batteri patogeni di circolare e quindi di dare infezione o malattia. Tanto più alta sarà la copertura vaccinale di una popolazione (oltre il 90-95%) e tanto maggiore sarà la probabilità che un agente infettivo, introdotto casualmente, non trovi spazio per diffondere da un soggetto all’altro, per cui verranno a mancare i casi secondari, elementi essenziali per la diffusione della malattia.

Questo concetto viene anche conosciuto con il nome di “immunità di gruppo” (o di gregge o di branco) e rappresenta uno dei capisaldi della moderna scienza delle vaccinazioni. La necessità di tenere la copertura vaccinale a livelli molti alti è legata anche al fatto che esiste sempre, per ogni vaccino, la possibilità che un bambino non risponda allo stimolo immunitario e rimanga suscettibile alla malattia.

line1

gregge_di_pecoreA parte l’ironia dell’affermazione “dal momento che i vaccini non sono sempre efficaci nel creare immunità allora bisogna somministrarne il più possibile …”, e la tragica idea che il sacrificio di qualcuno potrà servire ad “altri” (cosa che si sente purtroppo affermare ogni qualvolta accadono tragedie a causa delle vaccinazioni), alla luce dei fatti è la teoria stessa a non convincere.
Molte epidemie si verificano normalmente in popolazioni che risultano vaccinate in percentuali molto alte: basti pensare ai casi di polio nei paesi del terzo mondo con elevate coperture vaccinali o del morbillo “atipico” negli USA. La circolazione di virus e batteri sembra non essere molto legati a questa teoria.

I vaccini spesso non sono adeguati a prevenire la trasmissione della malattia; a volte servono semplicemente a contenere gli effetti della malattia stessa, generando delle forme atipiche o dei casi sub clinici. È noto che la circolazione di virus crea immunizzazione per via naturale, mentre questo effetto decade in assenza di malattia, rendendo necessario quindi il continuo richiamo del vaccino per sopperire a questo. Quindi al massimo potremo avere la sostituzione di una immunizzazione per via naturale con una immunizzazione artificiale, per la gioia di Big Pharma. Non sappiamo però se questo sia ottenuto a costo zero: è possibile, come nel caso del morbillo, che forme atipiche della malattia si possano manifestare in età adulta con effetti e complicanze ben peggiori che non per infezione naturale in età pediatrica. In tutti i casi è alquanto pretestuoso affermare che un vaccino inabile a prevenire la trasmissione della malattia ne sia un veicolo per l’immunizzazione.

Infine, come dimostrato spesso anche dalle epidemie di influenza, i virus sono organismi mutanti e quindi la messa a punto di un vaccino (che spesso viene specializzato solo su alcuni ceppi virali) rischia spesso di essere del tutto inefficace, rendendo vana ogni teoria del genere. Da questo punto di vista basta valutare l’andamento delle epidemie influenzali che non dipende in alcun modo dalla percentuale dei vaccinati.

In definitiva, il concetto di Herd Immunity o immunità di gregge serve solo alla propaganda dei pediatri o dei vaccinatori “a tutti i costi”: molto spesso abbiamo sentito dire che chi non si vaccina è come “coloro che non pagano le tasse”, rendendo così di fatto la categoria degli obiettori come dei “fuori legge, evasori e approfittatori dei benefici di protezione derivanti dell’altrui sacrificio”. Questa immagine infelice e fuorviante è profondamente falsa perchè basata sul paradigma che le vaccinazioni siano appunto IL SISTEMA di prevenzione delle malattie per antonomasia, paradigma che non si può dimostrare scientificamente se non con l’applicazione dell’unico metodo scientifico valido, il doppio cieco. Se poi questa affermazione viene fatta e sostenuta da coloro i quali negano sistematicamente la reale dimensione dei danni da vaccino e non attuano alcun controllo sul territorio, allora è legittimo sospettare dell’integrità morale e scientifica dei sostenitori di questa teoria.

I DANNI DA VACCINAZIONE

Il capitolo dei Danni da Vaccino merita da solo un trattato a parte, per cui in questa sede motivazionale relativa all’esercizio dell’obiezione ne passeremo in rassegna solamente i tratti generali. Quando si parla di danni da vaccino dobbiamo pensare in genere ad una classificazione del tipo:

  • Gravi danni neurologici e paralisi,
  • Poliomielite,
  • Malattie Autoimmunitarie,
  • Allergie, Asma,
  • Gravi malattie della pelle,
  • Diabete,
  • Malattie degli occhi, cecità,
  • Tumori,
  • Epilessia,
  • SIDS – Morte Improvvisa,
  • Autismo

Innanzitutto dobbiamo distinguere due fasi distinte:

  1. La prima è quella della prevenzione del danno da vaccino (strettamente correlata all’obiezione di coscienza e che si richiama al principio di precauzione),
  2. La seconda è quella del trattamento giuridico e medico del danno da vaccino conclamato (L. 210/92, L. 238/1997 e normativa collegata).

Per quanto riguarda la prima ricordiamo sempre la Sentenza della Corte Costituzionale N. 258 del 1994, che, nel dichiarare inammissibile la questione di illegittimità costituzionale delle leggi sull’obbligo vaccinale, recita: “Da qui la pronunzia di inammissibilità che la Corte va a rendere, non senza richiamare, peraltro, l’attenzione del legislatore stesso sul problema affinché, ferma la obbligatorietà generalizzata delle vaccinazioni ritenute necessarie alla luce delle conoscenze mediche, siano individuati e siano prescritti in termini normativi, specifici e puntuali, ma sempre entro limiti di compatibilità con le sottolineate esigenze di generalizzata vaccinazione, gli accertamenti preventivi idonei a prevedere ed a prevenire i possibili rischi di complicanze”.
Questo “richiamo” è rimasto nel tempo lettera morta, nonostante ci siano stati nel corso di questi anni adeguati progressi scientifici in campo medico tali da poter produrre validi elementi di valutazione del rischio potenziale di danno da vaccino (ad esempio l’esame HLA).
In opposizione a questo “diritto” il Ministero ha spesso addotto motivazioni di carattere economico (… quanto costerebbe fare questi esami a tutti …) e di legittimità scientifica, preferendo chiudere entrambi gli occhi e proseguire per la “vecchia strada” senza produrre alcuna proposta alternativa.
Non solo!
Nonostante l’istituzione della L. 210/92 e di tutti i provvedimenti adottati nelle varie sedi delle conferenze Stato Regioni, come la ben nota scheda ADR per la raccolta delle segnalazioni dei danni da vaccino, il Ministero della Salute afferma da sempre di non essere in grado di quantificare il fenomeno. Pertanto, per logica e richiamandosi ancora una volta al principio di precauzione, l’esercizio dell’obiezione è legittimato dal comportamento negligente dello stato che non utilizza in modo proprio il Ministero competente in materia per produrre i dati scientifici e statistici necessari alla valutazione del rischio connesso alla vaccinazione.
L’affermazione indiretta dell’esistenza del danno da vaccino è tuttavia palese nello spirito della legge 229 del 29 ottobre 2005, “Disposizioni in materia di indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie” dove viene riconosciuto un importo pari a 45,2 milioni di euro per gli anni 2005/2006 per sanare contenziosi giudiziari di soggetti danneggiati riconosciuti ai sensi della legge 210/92. Aldilà dell’importo, delle stime dei soggetti aventi diritto (per la cronaca alcune centinaia a fronte delle decine di migliaia ipotizzabili) e dei criteri di assegnazione di questi indennizzi forfetari (peraltro irrisori e pari a 150.000 euro da erogare in cinque anni, di fronte agli importi stabiliti dai giudici in causa civile per un danno da vaccino, dell’ordine dei milioni di euro) che vedono ancora irrisolti i contenziosi emersi per stabilire equamente i criteri di assegnazione sulla base delle domande presentate, appare assolutamente ridicolo, per non dire offensivo, il modo di trattare una questione così delicata e dolorosa per tantissime famiglie italiane. Anche per questi motivi, ovvero la mancanza assoluta di tutela giuridica, le lungaggini burocratiche e giudiziali e non ultima la mancanza assoluta di protocolli medici per il recupero o il trattamento del danno da vaccino, si ribadisce la legittimità dell’obiezione di coscienza alle vaccinazioni.

NEL MERITO DELLE VACCINAZIONI OBBLIGATORIE

Il merito della questione non è solo il tema dell’obiezione in quanto opposizione ad un atto coercitivo ingiustificato e ingiusto ma anche e soprattutto quello della pericolosità di questo atto medico di profilassi.
Gli effetti negativi a breve e a lungo termine delle vaccinazioni sono molteplici: quelli più subdoli sono quelli che si verificano dopo mesi o addirittura anni di distanza, nelle stesse persone vaccinate o nelle generazioni successive.
Dal momento che non disponiamo di dati ufficiali italiani riportiamo in cifre il fenomeno del danno vaccino correlato negli USA, dati che si trovano disponibili in svariate pubblicazioni a carattere scientifico e di divulgazione giornalistica:

  • 11 milioni di persone affette da allergie alimentari,
  • 9 milioni di ragazzi sotto I 18 anni che hanno avuto una diagnosi di asma,
  • 3 milioni di ragazzi disabili,
  • 4 milioni di bambini/ragazzi fra I 3 e I 17 anni ai quali è stato diagnosticato ADHD,
  • 206,000 persone al di sotto dei 20 anni con diabete tipo 1, pari a quasi 1 su 400 in età adolescenziale,
  • 300,000 ragazzi americani soffrono di artrite reumatoide giovanile,
  • L’autismo nelle scuole americane è cresciuto del 1700% dal biennio 1991-1992 al biennio 2001-2002, mentre la totalità delle altre disabilità riscontrate è crescita del 30%.
  • Circa 6000 morti all’anno per SIDS “Sudden Infant Death Syndrome” ovvero Sindrome da Morte Infantile Improvvisa (su 70 casi di morte in culla selezionati a caso ha evidenziato che ben il 66% dei bambini deceduti aveva ricevuto il vaccino DTP poco tempo prima della morte)

Ma quali saranno gi effetti positivi delle vaccinazioni (perlomeno quelle obbligatorie)?
Le statistiche di tutto il mondo dimostrano come la diminuzione o la scomparsa (in taluni casi, come ad esempio il vaiolo) delle malattie infettive non è mai sicuramente collegata all’introduzione delle vaccinazioni di massa o a carattere obbligatorio. Certamente un ruolo fondamentale in questo senso è stato giocato dal miglioramento delle condizioni di vita, sia in termini di alimentazione che di condizioni igienico sanitarie personali e comunitarie (ad esempio la potabilizzazione dell’acqua e la corretta gestione delle reti fognarie).

LA VACCINAZIONE ANTITETANICA

È di fatto una presunta protezione individuale piuttosto che una vaccinazione di massa contro una malattia infettiva: la malattia, di origine batterica, infatti non è contagiosa. Contrarre il tetano e guarire non assicura alcuna protezione contro futuri contagi e questo fatto non è stato mai sufficientemente spiegato. La vaccinazione conferisce quindi una protezione di durata limitata nel tempo e deve per questo essere rinnovata. Peraltro l’eventuale motivazione di eradicare la malattia è vana in quanto le spore del tetano si riproducono continuamente in natura e sono presenti pressoché ovunque, anche se nei paesi sviluppati la loro diffusione è molto minore che in passato per i cambiamenti avvenuti sia riguardo alla pulizia e all’igiene che per quanto riguarda la limitata presenza dei cavalli e degli animali da pascolo nelle città. Le spore si trovano infatti in grande misura nello sterco di questi animali, nei terreni concimati e quindi nella polvere che ne deriva, in oggetti arrugginiti schegge di legno eccetera.
Il tetano è provocato dall’esatossina del bacillo del Clostridium tetani (G. Buchwald, “Vaccinazioni, il business della paura”, Civis, 2000): le tossine prodotte da questo bacillo penetrano nei tessuti nervosi provocando rigidità spasmodica dei muscoli. Un’infezione di tetano si sviluppa però solo in ferite chiuse ermeticamente perché la moltiplicazione dei bacilli avviene appunto in ambiente anaerobico. Ferite superficiali e comunque sanguinanti non sono quindi pericolose: piuttosto occorre fare attenzione alle punture di spine profonde e rimarginate prontamente.
Ciononostante, come si può osservare per tutte le malattie oggetto di vaccinazione, il regresso dei casi letali di tetano avviene spontaneamente e in modo proporzionale con il miglioramento delle condizioni di vita e probabilmente anche con lo sviluppo di cure specifiche. Viceversa l’introduzione delle vaccinazioni obbligatorie nei vari paesi europei non ha modificato l’andamento statistico della malattia e il suo trend di diminuzione nel tempo. Di fatto NON ci si ammala di tetano se non in tarda età. Certamente questo non è un problema dei bambini né tanto meno dei neonati. Non regge nemmeno la motivazione che i casi di tetano oggi non ci sono semplicemente perché dal 1968 questa vaccinazione è obbligatoria: infatti sono oramai decine di migliaia le persone non vaccinate grazie all’obiezione e nessun caso di morte per tetano è stato rilevato fra questa popolazione. Inoltre, effettuare questa vaccinazione in età pediatrica o peggio nei neonati non trova assolutamente giustificazione, soprattutto se fatta in modo sistematico e obbligatorio. È ragionevole fare una valutazione rischio beneficio e spostare eventualmente questo intervento in un’età diversa, quando siano presenti fattori di rischio più evidenti e l’organismo sia più maturo per sopportare la carica tossica del vaccino.

LA VACCINAZIONE ANTIDIFTERICA

La difterite è una malattia contagiosa acuta a trasmissione perlopiù diretta, caratterizzata dalla formazione di pseudo membrane fibrinose sulla mucosa respiratoria e sulla pelle, causata dal Corynebacterium diphtheriae. Come effetto secondario si possono manifestare danni al tessuto miocardio e nervoso con paralisi dei muscoli (G. Buchwald, “Vaccinazioni, il business della paura”, Civis, 2000). Sono note due forme di difterite, una benigna e una maligna. Molto diffusa nel 19° secolo, con un’alta percentuale di mortalità. Anche in questa occasione ci viene in aiuto la statistica, dimostrando che la malattia ha sempre avuto un andamento ondulatorio e che aumentava inevitabilmente durante i periodi storici caratterizzati da guerre e carestie. L’inizio della somministrazione del vaccino in Germania (1925) coincise con un innalzamento dei casi, che si ripete ancora nel periodo 1970/80 (G. Buchwald). La vaccinazione ha avuto così l’effetto contrario di quello sperato, sia dal punto di vista della protezione del singolo che della comunità. Anche in questo caso l’andamento della malattia negli ultimi 50 anni non è stato modificato dalla vaccinazione, obbligatoria in Italia, dal 1939. In Italia l’ultimo caso risale al 1991 e non sembra circolare più il ceppo tossigeno (in grado di causare la patologia) quanto piuttosto un ceppo del tutto innocuo. La terapia medica allopatica si basa sulla somministrazione di antibiotici ed anticorpi specifici che risulta quindi una alternativa al vaccino: considerata la sostanziale assenza della malattia anche in questo caso la valutazione rischio beneficio fa propendere per non insistere con la vaccinazione di massa obbligatoria dei neonati, né tanto meno della necessità di attuare richiami successivi ed in età adulta (R. Gava, “Le Vaccinazioni Pediatriche”, Salus Infirmorum, 2006).

LA VACCINAZIONE ANTIPOLIO

L’agente patogeno è il Neurotrtropes Enterovirus: la storia di questa malattia dimostra che la probabilità di ammalarsi dipende in grande misura dagli standard igienici, sociali ed ambientali della popolazione. Tenendo conto che tra il 90-95% dei casi hanno un decorso clinico asintomatico o lieve, acquisendo una immunità permanente alla malattia. Nel 5% dei casi la malattia presenta i sintomi di un’influenza con possibile meningite asettica. Solo tra lo 0.1 e l’1% dei casi si hanno i sintomi classici della poliomielite con paralisi spinale, esito che però che nella maggior parte dei casi regredisce nel giro di un anno (G. Buchwald, “Vaccinazioni, il business della paura”, Civis, 2000). Il caso della poliomielite ricorda molto da vicino l’attualità delle pandemie influenzali del primo decennio 2000 in cui i criteri di valutazione delle infezioni risultano particolarmente sospetti. Prima degli anni sessanta si usava denunciare anche i casi dubbi di poliomielite, quindi anche i casi in cui non si manifestava alcuna paralisi. Nel periodo del secondo dopoguerra i paesi industrializzati dell’occidente decisero di mettere a punto il vaccino antipolio, dando vita ad una gara che diede vita fra gli anni ’50 e ’60 del ventesimo secolo ad una serie di insuccessi clamorosi con la sperimentazione di vaccini che ebbero l’effetto di aumentare considerevolmente i casi di polio e purtroppo anche la mortalità. Tristemente noto è anche l’episodio della contaminazione del vaccino coltivato nei reni di scimmia rhesus con il virus SV40, causa di tumori maligni nei riceventi.
Non tutti fanno notare come in precedenza (1939) ci sia stata una impennata di casi di polio in corrispondenza dell’obbligo della vaccinazione antidifterica in Italia e come questa malattia fosse pressoché sconosciuta prima del ventesimo secolo, malattia i cui numeri relativi alla mortalità in quegli anni, paragonati ad altre patologie come il morbillo, la difterite, la scarlattina e la pertosse non giustificano una così grande concentrazione di sforzi e priorità.
Quello che stupisce maggiormente è che oramai l’Europa è stata dichiarata polio free da diversi anni (i casi di polio in Italia dai primi anni ’80 sono stati dichiarati polio da vaccino dal nostro Ministero della Salute) si continui a vaccinare contro questa malattia (obbligo a partire dal 1966, in piena curva discendente dei casi segnalati della malattia), paventandone il ritorno talvolta a causa dell’immigrazione. I danni creati dal vaccino a virus attenuato Sabin non sono emersi in tutta la loro dimensione, ma tacitamente lo stato italiano ha virato alla fine degli anni ’90 sul vaccino a virus uccisi tipo Salk, che pur avendo sulla carta minori rischi di reazione avversa o sviluppo della malattia stessa, avrebbe per contro una minore capacità di immunizzazione e quindi sarebbe necessario un continuo richiamo ogni 5-10 anni (R. Gava, “Le Vaccinazioni Pediatriche”, Salus Infirmorum, 2006). Ma come in tutti gli altri casi continua a non aver senso esporre a gravi reazioni allergiche e ad alterazione del delicato meccanismo di risposta immunitaria Th1/Th2 dei neonati con una vaccinazione che non trova alcuna giustificazione, se non altro per l’assenza di un reale pericolo di contagio.

LA VACCINAZIONE ANTIEPATITE B

Di tutte le vaccinazioni obbligatorie, ultima in ordine di tempo ad essere introdotta nel 1991 dall’allora ministro De Lorenzo, è sempre stata la più contestata e controversa. Una considerazione su tutte: il rischio di contrarre la malattia prevede un contatto di sangue (trasfusione), con liquido seminale (rapporti sessuali) o tramite lesione delle mucose con strumenti contaminati, tutte condizioni assolutamente assenti nei neonati per i quali il vaccino è destinato.
Se aggiungiamo a questo la percentuale di guarigione che avviene nel 90-95% dei casi e i gravi rischi di effetti indesiderati al sistema nervoso centrale le motivazioni per evitare questa vaccinazione sono più che sufficienti.

PERCHÉ L’OBIEZIONE, ALLORA? RIASSUMIAMOLO INSIEME

(tratto da: NEXUS NEW TIME Edizione italiana, n°15): Occorre capire e conoscere per decidere consapevolmente.

Quali i possibili Danni da Vaccino? I medici americani registrano ogni anno migliaia di reazioni serie ai vaccini, incluse centinaia di morti e di menomazioni permanenti. Le popolazioni completamente vaccinate sono state investite da epidemie, e i ricercatori attribuiscono dozzine di condizioni neurologiche e immunologiche croniche ai programmi di immunizzazione di massa.
Vi sono centinaia di studi medici pubblicati che documentano il fallimento dei vaccini e le reazioni avverse, e dozzine di libri scritti da medici, ricercatori e scienziati indipendenti che rivelano serie lacune nella teoria e pratica dell’immunizzazione.

Mito n°1: “… i vaccini sono completamente innocui?”

Il VERS (sistema che riporta gli effetti avversi ai vaccini) dell’ FDA (Food and Drug Administration) riceve annualmente 11.000 rapporti su serie reazioni avverse ai vaccini, di cui l’1% rappresenta le morti causate dalle reazioni al vaccino. La maggior parte delle morti sono ascrivibili al vaccino della pertosse. Studi internazionali hanno dimostrato che la vaccinazione è causa della SIDS (sindrome di morte infantile improvvisa).

Mito n°2: “… i vaccini sono molto efficaci?”

La letteratura medica possiede un numero sorprendente di ricerche che documentano il fallimento del vaccino. Epidemie di morbillo, orecchioni, vaiolo, polio si sono manifestate in popolazioni vaccinate. Nel 1989 il CDC (Center for Diesease Control and Prevention) riportò: … nelle scuole con un livello di vaccinazioni superiore al 98% si sono avute epidemie (morbillo) fra i bambini di età prescolare … l’apparente paradosso è che, quando il tasso di immunizzazione al morbillo aumenta a livelli alti in una popolazione, il morbillo diventa una malattie di persone immunizzate …

Mito n° 3: “… i vaccini sono la ragione principale del basso tasso di malattie …?”

Secondo l’Associazione Britannica per il Progresso della Scienza, le malattie infantili diminuirono del 90% fra il 1850 ed il 1940, parallelamente al miglioramento delle pratiche sanitarie ed igieniche, ben prima che fossero introdotti i programmi di vaccinazione obbligatoria. A sottolineare questa conclusione è stato un recente rapporto dell’ OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità), il quale trovò che la malattia e i tassi di mortalità nei paesi del terzo mondo non hanno un legame diretto con le procedure di immunizzazione o il trattamento medico, ma sono strettamente collegate con gli standard igienici ed alimentari.

Mito n° 4: “… la vaccinazione si basa su fondate teorie e pratica dell’immunizzazione …?”

L’evidenza clinica sta nella loro capacità di stimolare la produzione di anticorpi. Quello che non è chiaro è se tale produzione produca immunità. Per esempio i bambini anemici di a-gammaglobine sono incapaci di produrre anticorpi, tuttavia guariscono dalla malattie infettive quasi con la stessa velocità degli altri bambini. L’immunità naturale è un fenomeno complesso che coinvolge molti organi e sistemi.

Mito n° 5: “… le malattie infantili sono pericolose …?”

La maggior parte delle malattie infettive dell’infanzia hanno poche serie conseguenze al giorno d’oggi. Persino le statistiche conservatrici del CDC sulla pertosse durante il 1992/1994 indicano un tasso di guarigione del 98.8%. Nella maggior parte delle volte, la malattie produce immunità per tutta la vita, mentre l’immunità del vaccino è solo temporanea.

Mito n° 6: “… mio figlio non ha avuto reazioni, quindi non vi è nulla di cui preoccuparsi …?”

Gli effetti negativi documentati del vaccino includono disturbi immunologici e neurologici cronici, quali autismo, iperattività, scarsità di attenzione, dislessia, allergie, cancro. I componenti del vaccino includono noti cancerogeni quali thimersal, il fosfato di alluminio e la formaldeide. Il dilemma è che gli elementi virali presenti nel vaccino possono perdurare e mutare nel corpo umano per anni, con conseguenze imprevedibili.

Mito n° 7: “… esiste solo la vaccinazione …?”

Storicamente l’omeopatia si è rivelata più efficace della medicina ortodossa, nel trattare e prevenire le malattie. Si è riscontrato che i rimedi omeopatici sono più efficaci quando vengono assunti durante i periodi di incremento del rischio, poiché non contengono sostanze tossiche, non danno effetti collaterali.