DIFTERITE

La difterite è una malattia infettiva acuta provocata da un batterio e caratterizzata dallo sviluppo di una membrana sull’epitelio dell’esofago che causa irritazione e forti dolori. Lo sviluppo della membrana può complicare le funzioni respiratorie. La difterite è quindi una malattia grave ma estremamente rara. Nel 1980 il numero di casi complessivo negli USA era inferiore a 5.
Nella Germania nazista l’impiego del vaccino antidifterico fu istituito nella seconda metà degli anni ’30 e comportò un aumento del 17% dei casi di malattia e oltre 600 morti. La diffusione della malattia si fermò dopo la fine della campagna di vaccinazione.
Durante l’epidemia di Chicago del 1969, ben il 25% dei casi erano relativi a soggetti già vaccinati con vaccino antidifterico, mentre il 12% manifestava una completa immunizzazione. Queste evidenze suggeriscono che il vaccino non era servito a nulla ed anzi, aveva contribuito all’incidenza delle condizioni patologiche.

Il vaccino antidifterico è fondamentalmente un tossoide contenente le tossine vere e proprie, prodotte dal microrganismo della difterite, leggermente modificato attraverso trattamenti termici e reazioni chimiche. Una tossina batterica viene generalmente ospitata in un particolare organo corporeo che, nel caso della difterite, è rappresentato dalle ghiandole surrenali. Le antitossine della difterite sono prodotte grazie all’iniezione di tossine specifiche nei cavalli: il sangue, che contiene normalmente altri virus presenti in questo animale, proteine estranee ed altre sostanze prodotte dalla reazione del sistema immunitario equino come risposta alle tossine stesse, viene prelevato e lasciato coagulare. Il siero antitossinico che trasuda dal coagulo viene quindi trattato con un antibiotico ed iniettato come “vaccino” nel corpo umano per costituire, teoricamente, una protezione contro le tossine prodotte da un eventuale contatto con il batterio della difterite. L’unica via alternativa a questa per produrre nel corpo umano queste ipotetiche antitossine è quella di iniettare batteri indeboliti.

I primi vaccini antidifterici furono introdotti al di fuori della Germania, nel 1939. Fra il 1939 ed il 1942 risultò, paradossalmente, che la presenza di antitossine della difterite nel sangue umano non era in grado di prevenire il contagio della malattia. Inoltre, del personale ospedaliero non vaccinato, che prestava servizio presso cliniche per la cura della malattia, pur presentando nel sangue il microrganismo non aveva mai sviluppato la malattia.

A dispetto dell’esistenza di questi paradossi il vaccino venne largamente diffuso e sembrò avere un notevole effetto sull’incidenza della malattia in Gran Bretagna, nel breve periodo che va dal 1940 al 1955. Nel momento in cui la malattia venne studiata prendendo in esame una scala temporale più ampia risultò evidente che il maggior declino della stessa si era verificato fra il 1865 ed il 1875, ancor prima che il batterio venisse isolato: la diffusione della malattia era già in declino di per sé.

L’antitossina venne utilizzata a livello sperimentale, per la prima volta intorno al 1900, in coincidenza con un grande calo dei casi registrati: l’ortodossia, a questo punto, non aveva molto da dire se non che: “La difterite rimane una malattia molto grave in tutto il mondo. Molti sono i casi che si verificano fra le persone non immunizzate o immunizzate in modo inadeguato”.

Nessun livello di antitossina può dare una protezione assoluta: nonostante questo le attuali raccomandazioni dell’ACIP (Advisory Committee on Immunisation Practice – Comitato Consultivo per le Pratiche di Immunizzazione) prevedono dosi di DT (Difterite/Tetano) a 2, 4, 6 e a 12, 15 mesi, ben prima del completo sviluppo del sistema immunitario e del completamento dei processi di mielinizzazione del sistema nervoso.

 
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