LA ROSOLIA

La rosolia è una malattia infettiva piuttosto innocua (benigna) causata da un virus. La maggior parte della popolazione contrae la malattia come un fatto naturale e sviluppa un’immunità permanente per effetto del virus, senza dover ricorrere al paradigma dell’immunizzazione sintetica ottenibile mediante l’iniezione di componenti virali. Gli effetti collaterali dovuti al contatto naturale con il virus sono estremamente rari, sebbene, la contrazione della malattia da parte di una gestante durante i primi tre mesi di gravidanza, possa provocare malformazioni genetiche nel feto.
Quest’ultimo fatto costituisce il pretesto per giustificare la vaccinazione che fu introdotta per la prima volta nel 1969, anche se ci sono delle indicazioni evidenti per cui non tutte le donne in gravidanza ed esposte a contrarre il virus partoriscono poi bambini con difetti congeniti.

È stato stimato che dal 1980 siano state iniettate negli USA ben 83,000,000 di dosi di vaccino antirosolia, il numero di casi della malattia segnalati essendo rimasto stabile a circa 30/40 per anno, su una popolazione di circa 250,000,000 di individui. A dispetto dell’uso del vaccino il numero di queste infezioni è rimasto pressoché inalterato, indicando di conseguenza l’anomalia del paradigma.

In accordo con le statistiche, sembra quindi che il vaccino antirosolia sia del tutto inutile per l’eradicazione della malattia. Inoltre sappiamo che in certi casi l’infezione è ricomparsa più volte in soggetti sottoposti alla vaccinazione stessa, come pure è noto che l’uso di questo vaccino ha spostato l’età della comparsa della malattia verso i 15 anni ed oltre, con maggiori problematiche per il suo decorso positivo.

I primi segni dell’intolleranza umana al vaccino antirosolia appaiono subito dopo la sua introduzione, nel 1969. Infiammazioni cutanee e disturbi del sistema linfatico, episodi transitori di artriti nei bambini sono stati documentati, come pure dolori ai polsi, mani e ginocchia. Nel 1970 il Ministero della Sanità americano rivelava come il 26% dei bambini che avevano ricevuto la vaccinazione antirosolia, durante i programmi sperimentali nazionali, avevano sviluppato artrlalgia e artriti. Molti di questi dovettero ricorrere a cure mediche ed alcuni furono ricoverati con sospetti febbri reumatiche ed artriti reumatoidi.

Nel New Jersey, lo stesso programma di vaccinazione sperimentale, dimostrò che il 17% dei bambini vaccinati avevano sviluppato artralgia ed artriti. È stato stimato che 340,000 bambini di questo stato furono resi zoppi in seguito alla vaccinazione. Lo stesso Ministero (HEW, Health, Education and Walfare U.S. Department) ammise anche che nel 1969, prima dell’introduzione del vaccino, solo 87 casi di rosolia congenita erano stati riportati in tutti gli USA, di cui 12 nello stato del New Jersey.

Nel 1972 furono riportati 36 casi di bambini con infiammazioni nervose e del midollo spinale in conseguenza di una campagna di vaccinazione di massa contro la rosolia. La più alta incidenza di questi problemi neurologici fu riscontrata nei bambini in età prescolare e i tempi di apparizione delle patologie arrivavano fino ai 42 giorni dopo l’iniezione con qualsiasi tipologia di vaccino antirosolia. Le analisi di laboratorio confermarono sostanzialmente la presenza di una anormale velocità di trasmissione nervosa.
Problemi ricorrenti alle giunture in bambini di 6/8 mesi comparivano dopo (da due a sette settimane) che questi avevano ricevuto il vaccino antirosolia HPV-77, ottenuto da colture renali di cane, con attacchi ricorrenti di durata variabile da uno a sette giorni e ad intervalli da uno a tre mesi.

Come accade per tutti gli altri vaccini, anche in questo caso l’iniezione del vaccino bypassa le naturali barriere difensive dell’organismo e, ancora una volta, il paradigma che la vaccinazione di un gruppo di bambini in età pre puberale previene la diffusione della malattia (rosolia) non è valido. Nel 1971 ci fu un’epidemia di rosolia che interessò più di 1000 bambini sia in età prescolare che delle classi elementari, nel Casper (Wyoming). Più dell’83% dei bambini delle elementari e del 52% di quelli in età presolare erano stati vaccinati contro la malattia. Questo è uno dei casi, ben noti, in cui abbiamo la comparsa dell’infezione dopo l’introduzione del vaccino specifico che, come tanti altri, non ha mai fatto notizia, semplicemente perché una simile propaganda va contro gli interessi dei cosiddetti “poteri forti”. Evidentemente non è considerato etico dalla classe medica il riportare casi che potrebbero avere dei riflessi negativi sulla categoria. Stranamente viene considerato ETICO nascondere dati sintomatologici indicativi dei rischi connessi a questa pratica, dati la cui conoscenza non potrebbe produrre altro che benefici alla popolazione.

Incredibilmente la classe medica insiste nel voler vaccinare persino le donne in gravidanza con il virus della varicella, a dispetto del fatto che tali soggetti sono da sempre visti come un gruppo “ad alto rischio” qualora ne venissero esposte: tra il 1979 ed il 1982 ci fu una grande attività negli USA per la vaccinazione antirosolia delle donne in età da gravidanza. Curiosamente ci fu un contemporaneo incremento dei casi di sindromi da rosolia congenita nelle stesse donne fra il 1981 ed il 1982.

Nel 1975 una prestigiosa rivista del settore pubblicò un articolo riguardo l’esperienza generale con il vaccino antirosolia dal momento della sua introduzione, nel 1969. In questo articolo si rivendicava un declino dei casi riportati di rosolia e di sindrome da rosolia congenita e come il vaccino era in grado di proteggere dalla malattia. Curiosamente, nello stesso, si ammetteva che i soggetti vaccinati potevano nuovamente ammalarsi di rosolia e che c’era una “piccola ma significativa incidenza” di reazioni avverse e un “potenziale” rischio per le donne vaccinate durante la gravidanza. Il fatto che questi ipotetici esseri umani “intelligenti” non capiscano che in realtà stavano contraddicendo il loro stesso paradigma è assolutamente incredibile, specialmente sapendo che un’infezione naturale da rosolia è quasi sempre benigna e conferisce una migliore immunizzazione rispetto al vaccino, tantopiù che la vaccinazione non è giustificata nei bambini piccoli in quanto dispongono di un sistema nervoso non ancora sviluppato e che sono estremamente sensibili alle sostanze tossiche presenti in questi preparati.

Il virus della rosolia è stato rilevato nei leucociti periferici del sangue due anni dopo la vaccinazione (iniezione): molti soggetti sono sieropositivi (al virus della rosolia) anche dopo 8 anni dalla vaccinazione. Uno studio del 1985 che riguardava i meccanismi dell’insuccesso della vaccinazione in Canada, ne concludeva come c’era “una generalizzata mancanza di comprensione riguardo alla natura ed al significato di risposte immunologiche alterate causate dai programmi di vaccinazione antirosolia”.

Nonostante tutto la vaccinazione continua!

Nel 1983, il “National Advisory Committee on Immunization” in Canada raccomandava che “il vaccino contro la rosolia doveva essere somministrato in modo routinario a tutti i bambini, di entrambi i sessi, al compimento dei 12 mesi o, in ogni caso, successivamente al più presto possibile, preferibilmente in combinazione con i vaccini contro morbillo e parotite. Doveva inoltre essere somministrato a tutte le ragazze adolescenti e a tutte le donne in età di gravidanza. Non sono noti effetti avversi conseguenti la somministrazione del vaccino a donne immuni.” Nello stesso documento il vaccino era controindicato per le donne in gravidanza.

Questi suggerimenti sembrano proprio contenere un pieno disprezzo verso le conoscenze scientifiche. Quando una persona viene iniettato con questi vaccini, caricati con proteine estranee, particelle virali di origine non umana e sostanze cancerogene, e queste sostanze restano in circolazione in modo latente nell’organismo per anni, non è forse persona ad un potenziale e gravissimo rischio, anche nei confronti di una futura procreazione? Naturalmente queste cose vengono sistematicamente occultate e l’opinione pubblica rimane ferma, muta e ipnotizzata da questo incredibile gergo pseudo-scientifico. Ci chiediamo il perché di tanta enfasi nel voler vaccinare le donne quando, nello stesso momento, si ammette la loro estrema esposizione alle reazioni avverse – a meno che i più elevati gradi della comunità medica, che conoscono gli effetti delle particelle virali latenti, ciò che contengono i vaccini eccetera, non stiano deliberatamente cercando di provocare malattie degenerative a lungo termine nelle generazioni future, in modo tale da assicurare l’esistenza nel tempo del paradigma medico pseudo-scientifico nato nel 19° secolo.

Nel 1984, in Australia, venne condotto uno studio sull’impatto della vaccinazione contro la rosolia che indicava come dopo 13 anni di trattamento ci fosse un notevole incremento nella proporzione di donne in gravidanza siero-positive verso la rosolia. La vaccinazione antirosolia delle ragazze dai 12 ai 14 anni iniziò nel 1971. È interessante notare come lo studio indica nel 61% la percentuale di ragazze che erano già immuni verso la malattia prima della vaccinazione come pure il 76% dei maschi, fra i 18 e i 23 anni. L’iniezione deliberata di vaccino non era quindi giustificata ma fu fatta lo stesso. In un altro studio del 1983, condotto sul personale ospedaliero (medici, infermieri ed altro personale addetto ai servizi sanitari) indicava una media del 53% di non vaccinati contro la rosolia: più del 22% dei medici e più del 9% delle ostetriche scelsero di non vaccinarsi: che fossero a conoscenza di particolari che, in generale, l’opinione pubblica ignora?

Nel 1991 si stabilì una chiara correlazione fra il virus della rosolia, contratto per via naturale o tramite vaccinazione, e la sindrome da affaticamento cronico (CFS). Provate a spiegarlo alle centinaia di milioni di persone infettate dal vaccino! Ancora nel 1991, l’Istituto di Medicina americano rilasciò un rapporto sulle reazioni avverse dei vaccini antipertosse e antirosolia, dove si stabiliva una “relazione casuale” fra il vaccino contro la rosolia e la manifestazione di artriti acute nel 13-15% delle donne in età adulta. Nonostante ciò, il rapporto concludeva con la frase “l’evidenza di questi fenomeni non fornisce delle stime attendibili riguardo ad un rischio eccessivo di artrite cronica conseguente alla vaccinazione antirosolia”. RISCHIO ECCESSIVO? Per quale motivo prendersi comunque qualsiasi tipo di rischio? Il vaccino MMR (measles – mumps – rubella, ovvero morbillo – parotite – rosolia) continua ad essere somministrato e continua a creare seri problemi. Nel 1991, la rivista Doctor Weekly, riportava il caso di due bambini con sindrome da rosolia congenita (CRS), nati da madri vaccinate in età giovanile con lo stesso vaccino.

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