Vaccini obbligatori per decreto legge: scienza moderna e scienza di Stato

Pochi temi impegnano le coscienze, portando a schierarsi sulle sponde della contrapposizione fra giusto e sbagliato (per non dire fra Bene e Male), come quello della vaccinazione dei bambini.

Un contrasto dai toni sempre più accessi e all’interno del quale sembra destinata a soccombere, prima di tutti, una corretta idea di Scienza, la quale rischia di diventare – come meglio si dirà nel prosieguo – un simulacro di se stessa.

Da un lato la maggioranza rumorosa dell’ establishment medico e la maggioranza (molto meno rumorosa) dei genitori che hanno ritenuto di aderire, più o meno criticamente, alle linee dettate dalla posizione dominante nel campo della politica medica.

Dall’altro lato una minoranza di medici – oramai molto poco rumorosa perché relegata al silenzio, pena il rischio della radiazione dall’albo professionale – e una minoranza di genitori che hanno deciso di discostarsi, più o meno consapevolmente, dalle linee dettate dalla posizione dominante nel campo della politica medica.

Si è usato volutamente questa locuzione di “posizione dominante nel campo della politica medica” e occorre soffermarsi sul perché non si è usato, ad esempio e più semplicemente, quella di “posizione dominante in campo medico”. Ciò poiché il campo medico, come ogni altro ambito scientifico, non può conoscere una posizione “dominante”. Perlomeno non se si assegna a tale termine un significato connotato in termini di potere.

Il portato della cultura scientifica moderna è proprio quello di un sano scetticismo che avvolge tanto opzioni credenziale quanto opinioni scientifiche: opinioni che possono definirsi “scientifiche” proprio perché mai portatrici di una verità assoluta e incontrastabile, ma sempre verificabili, falsificabili e criticabili, e accettate come migliore approssimazione alla verità fintantoché non sopraggiunga una spiegazione in senso causale (o in senso nomologico, perché anche la nozione di “spiegazione” è discussa e discutibile in un ambito autenticamente scientifico) ritenuta migliore. Concetti di verità assoluta e di certezza definitiva non sono compatibili, soprattuto nella loro variante di verità e certezza non contestabili, con la cultura moderna e con l’idea di scienza ad essa connaturata.

Nemmeno si è voluto usare la locuzione “dominante in campo politico”. Questo perché non si vuol neppur minimamente cedere all’idea di dirottare l’intero dibattito verso una deriva dal sapore populista o, peggio, complottista. Quella in gioco non è una questione riducibile al solo terreno politico ed a un rapporto di forze, in quanto una disposizione normativa emanata su questa tematica non potrebbe essere il frutto del solo potere politico. Se una disposizione normativa fosse palesemente contrastante con la migliore scienza ed esperienza medica, non si potrebbe che rigettarla in quanto viziata da un dogmatismo che ci auguriamo sia stato relegato al passato.

La questione che ci occupa investe dunque necessariamente due campi, quello medico-scientifico e quello politico-normativo, che in questa occasione si intrecciano indissolubilmente: ecco perché si è usato la faticosa locuzione “dominante nel campo della politica medica”.

Tuttavia, tali due campi hanno caratteristiche completamente opposte.

La scienza non può mai dirsi portatrice di certezze assolute, pena una contraddizione con la definizione stessa di scienza intesa in senso moderno. In campo medico, come in ogni campo scientifico, il ruolo primario spetta alla pratica del dubbio scettico, dovendo invece essere evitato ogni approccio di natura dogmatica.

La scienza medica deve essere intesa (dal potere politico, dalla società civile e, soprattutto, da se stessa), qui come altrove, come portatrice della migliore esperienza oggi disponibile, i cui esiti siano sempre migliorabili e suscettibili di revisione: e dunque sempre contestabili.

Il diritto, quello dei Governi e dei Tribunali, al contrario, non può che conoscere certezze, perché per decidere di una controversia il giudice ha necessità di fondare la propria sentenza su di un qualcosa di stabile: una norma che, in ultima analisi, in quanto divenuta legittimamente norma è appunto indiscutibile, non contestabile.

Scienza e diritto sono quindi contrapposti strutturalmente, in quanto implicano un atteggiamento culturale e psicologico l’uno opposto dell’altro. La scienza, per essere autenticamente tale, deve continuamente coltivare il dubbio in ordine ai migliori risultati raggiunti, che per quanto ben accreditati rimangono per sempre teorie, opinioni. Il diritto, per dirimere una controversia, ha necessità di certezze e non di opinioni.

Ecco allora che quando tali due mondi entrano in contatto accade questo: che una opinione – quella scientifica – deve tramutarsi in una certezza da porre alla base della decisione.

E ciò è quel che accade quando l'oggetto di un giudizio sia la conferma o la smentita di una teoria scientifica.

Fatte queste premesse di ordine generale, può osservarsi, sul piano dell’attualità giuridica,come l’opinione che vede come giusta (per non dire un Bene) l’obbligo vaccinale abbia forti supporter istituzionali: il Governo e i vertici degli Ordini dei medici quanto meno.

Solo poche settimane fa è assurta agli onori della cronaca la radiazione di un medico anti-vaccini da parte dell’Ordine dei Medici di Treviso (presumibilmente, ma le motivazioni non sono state ancora rese note, proprio per la militanza di questi sul fronte anti-vaccini).

Radiazione che faceva seguito al fermo documento emanato dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) del 8.7.2016 in cui veniva espresso in modo chiaro il punto di vista della Federazione stessa, laddove, dopo aver argomentato in ordine alla necessarietà della pratica vaccinale, testualmente si affermava quanto segue “Solo in casi specifici, quali ad esempio alcuni stati di deficit immunitario, il medico può sconsigliare un intervento vaccinale. Il consiglio di non vaccinarsi nelle restanti condizioni,in particolare se fornito al pubblico con qualsiasi mezzo, costituisce infrazione deontologica” (Vaccini: la FNOMCeO scende in campo e presenta il suo documento).

Vi è poi da dire che sul web circola una “lettera aperta”, sottoscritta da una nutrita serie di medici, indirizzata al Presidente del’istituto Superiore della Sanità, volta ad argomentare, in modo piano e discorsivo, la propria perplessità relativa all'uso delle terapie vaccinali di massa.

Il primo firmatario di tale lettera è stato il primo medico radiato, mentre altro firmatario della stessa, si apprende proprio in queste ore, sarebbe stato radiato dall’Ordine dei Medici di Milano)

Ecco perché in apertura di questo scritto si è detto che la minoranza dei medici che vede nella vaccinazione massiva obbligatoria un errore (per non dire un Male) è stata relegata al silenzio: esporsi, per un medico anti-vaccini, significa rischiare niente meno che la radiazione dall’albo professionale.

Al contempo, però, una nota trasmissione televisiva ha recentemente diffuso una indagine giornalistica volta a porre sotto una luce tutt’altro che benevola la pratica della vaccinazione di massa, destando un forte clamore negli utenti del servizi sanitario. E, al contempo, il Presidente dell’ordine dei Medici di Bologna, si è espresso apertamente («La situazione richiede equilibrio da parte di tutti») contro la Legge regionale dell’Emilia Romagna distinguendo la propria posizione dal coro, ed attirando su di sé, nonostante la pacatezza dei toni usati, fortissime critiche.

Passando rapidamente al contesto giurisprudenziale, può poi notarsi come da un lato vi siano pronunce rese da Tribunali italiani che – ad esempio – attestano la sussistenza di un nesso di causalità fra vaccinazione e autismo (ad es. Tribunale Pesaro, Sez. Lav., 11 novembre 2013, n. 624, Tribunale di Milano, Sez. Lav., 23 settembre 2014) e dall’altro sentenze che negano tale nesso causale (Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 16 giugno 2016, n. 12427). Vi sono poi pronunce recentissime del Giudice Amministrativo che affermano la legittimità della scelta di un Comune di legare l’ iscrizione agli asili comunali all’adempimento all’ obbligo vaccinale (Consiglio di Stato, sez. III, ordinanza 20 aprile 2017,n. 1662).

Il contesto, come è facile vedere, è estremamente frastagliato e la società civile risulta divisa: probabilmente non in parti uguali, ma comunque divisa.

Una divisione lacerante, in quanto da una parte si ritiene che il mancato raggiungimento di una percentuale di soggetti vaccinati renda la vaccinazione stessa meno efficace, e dall’ altra parte che la vaccinazione di massa possa arrecare un pregiudizio alla salute del singolo e, in alcune versioni del fronte anti-vaccino, ad un potenziamento degli effetti nocivi delle malattie che si intenderebbe debellare.

In sostanza, i due fronti si accusano reciprocamente di attentare ciascuno alla salute dell’altro. Peggio: alla salute dei figli dell’altro.

Le due parti in causa, però, non sono poste su di un medesimo piano: l’una, quella pro- vaccini, in quanto “dominante nel campo della politica medica”, ha avuto in mano il potere di definire come contrario all’ordinamento deontologico medico l’atteggiamento di chi esprima posizioni anti-vaccino, ed ha esercitato tale potere.

I due campi, quello della scienza (fatta di sole opinioni e teorie) e quello del diritto (necessariamente teso alla ricerca di certezze) si sono toccati, e una opinione scientifica, quella prevalente, è divenuta sotto il profilo deontologico norma giuridica. Una opinione scientifica, da tesi sottoposta al vaglio critico della comunità scientifica, è diventata norma deontologica, e dunque si è sottratta ad ogni tipo di dibattito e possibilità di contestazione.

Ma così facendo, ossia trasformando una opinione scientifica (per quanto prevalente) in una certezza incontestabile, la comunità scientifica tradisce l’idea stessa di scienza moderna.

A quanto fin qui evidenziato occorre aggiungere qualche precisazione.

È chiaro che la comunità medica deve avere al proprio interno una qualche forma di antidoto per evitare che improvvisati ciarlatani convincano pazienti ingenui o mal informati a sottoporsi a cure stravaganti. Ed è chiaro che in un tale scenario l’opinione scientifica prevalente, in quanto pressoché unanime, non possa che diventare regola deontologica.

Ma qui non pare proprio che sussista tale unanimità, in quanto il fronte anti-vaccini appare come una schiera di medici numericamente significativa: tant’è, appunto, che la FNOMCeO ha adottato un apposito atto a tale riguardo, di cui non vi sarebbe stato bisogno se a sostenere la tesi anti-vaccino fosse stato solo qualche elemento isolato.

Per meglio intendersi, pare ben diverso assumere come regola deontologica il divieto di pratiche non seguite dalla quasi unanimità della comunità medica, da quella di vietare, ad esempio, pratiche come l’omeopatia, oramai assai diffusa nella comunità medica stessa.

È evidente che vi è una tensione fra due contrapposte esigenze: quella di garantire che i pazienti non siano indotti a pratiche palesemente errate, e quella di garantire la libertà di scelta del paziente e il libero sviluppo della ricerca scientifica (che potrebbe passare anche attraverso opinioni ritenute, prima face, stravaganti come quella che affermava che la Terra non fosse né piatta né posta al centro dell’universo…).

Una tensione irrisolvibile, e che dunque dovrebbe guidare chi detiene il potere di dettare la norma deontologica ad un esercizio estremamente prudente di tale potere ed estraneo anche al solo sospetto di una sua strumentalizzazione.

Su questo scenario interviene un atto normativo del Governo, un decreto legge che disciplina l’intera materia (D.L. 73/2017), prevedendo una estensione dell’elenco dei vaccini obbligatori (portandoli da 4 a 12) e imponendo pesanti “sanzioni” per il caso di mancato rispetto dell’obbligo.

“Sanzioni”, appunto, fra virgolette, perché il termine non pare giuridicamente corretto. La conseguenza della mancata vaccinazione va infatti dalle sanzioni pecuniarie propriamente dette, alla impossibilità di accedere al sistema scolastico e giunge fino alla perdita della potestà genitoriale.

Già sul tema delle conseguenze del mancato rispetto dei nuovi obblighi vi sarebbe molo da dire, ma l’oggetto del presente scritto è un altro.

Abbiamo ricostruito lo scenario di fondo su cui è intervenuto il Governo e, lasciando ad altri (o meglio, per le ragioni che si dirà, sperando che ci sia per altri) spazio per un dibattito nel merito delle pratiche mediche obbligatorie e delle relative modalità applicative, giungiamo alle considerazioni che più ci premono: considerazioni di stampo strettamente giuridico e che danno senso al titolo scelto.

Due elementi, infatti, sembrano stridere fortemente con il patrimonio culturale che dovrebbe essere proprio di ogni giurista: che il Governo sia intervenuto con un decreto legge su questo tema e in questo contesto; e, prima di ciò, che la comunità medica abbia privato i medici anti-vaccino della piena libertà di espressione del loro pensiero.

Chi scrive non ha difficoltà a vivere né in una legislazione che lasci al completo arbitrio di ciascuno l’accesso alla vaccinazione né in una legislazione che imponga un obbligo vaccinale (più o meno esteso che sia, ma queste già sarebbero considerazioni di merito).

Ma una qualsiasi decisione sul tema dovrebbe essere presa – anzi, non può che essere presa – attraverso un atto legislativo preceduto da un aperto dibattito pubblico, esente da censure o limitazioni di qualsiasi sorta. Infatti, se non vi sono difficoltà ad accettare una legge democraticamente e legittimamente approvata, le difficoltà divengono estreme quando si avverta un contrasto fra ciò che sta avvenendo ed i valori fondanti la cultura giuridica, italiana ed europea, contemporanea.

E non si può non avvertire tale contrasto allorquando un Governo intervenga su un tema così fortemente segnato dal contrasto sociale con un mezzo, il decreto legge, che niente dovrebbe aver a che fare con questioni di scelta di coscienza. Un mezzo violento, quello del decreto legge, che esclude ogni possibilità di dialogo preventivo. Un mezzo violento, sotto il profilo giuridico, che pare molto poco compatibile con il parametro costituzionale volto a limitarlo a casi di urgenza ed eccezionalità.

Ma tutto questo trova un secondo elemento di forte contrasto con la cultura delle libertà e della democrazia che aggrava l’operato del Governo: il precostituito silenzio a cui è stata relegata la parte (esigua o cospicua che sia, a questo punto non è più dato saperlo) dei medici che hanno una opinione diversa rispetto a quella dominante nel campo della politica medica.

Stiamo assistendo a un dibattito pubblico, vertente su posizioni medico-scientifiche, in cui una parte ha zittito l’altra, riuscendo ad ottenere che al dissenso corrisponda l’esclusione dalla comunità scientifica stessa (si è detto infatti del documento della FNOMCeO e della già intervenuta radiazione di un esponente del fronte anti-vaccino).

Se – come sopra accennato – la scienza medica rischia di tradire se stessa laddove venga affermato che vi sono “certezze” e “verità” assolute in ambito scientifico, sottratte al diritto di critica, sicuramente sta travolgendo i più semplici criteri della democrazia laddove il dibattito viene raso al suolo attraverso la privazione dello status di medico per chi levi voci contrarie a quella dell’opinione dominante in campo di politica medica.

Ben venga un provvedimento normativo volto a regolare la materia, ma che questo provvedimento sia adottato con mezzi adeguati (ossia una legge, o quantomeno un decreto legislativo preceduto da una legge delega, e non un decreto legge) e solo all’ esito di un effettivo contraddittorio fra le varie posizioni in campo.

Altrimenti – ed questa la gravità massima insita in un meccanismo che si è innescato, un cortocircuito fra diritto e scienza che ricorda troppo da vicino ciò che in un passato che davamo per superato accadeva fra diritto e religione – si lascia campo libero alla possibilità che prima si facciano tacere i dissenzienti, e poi in questa forzata unanimità di vedute si affermi che la scienza medica unanime concorda con l’impostazione della norma.

La scienza ha per secoli dato lezioni di democrazia alla politica, mostrando come proprio la cultura del dialogo, del dubbio scettico e della ferma condanna di forme vecchie e nuove di dogmatismo e di “scomunica” siano i principali antidoti per preservare la libertà del pensiero e delle istituzioni.

Oggi è una comunità scientifica, quella dei medici, ad usare il proprio potere per zittire il dissenso scientifico, per annientare le voci contrarie, verosimilmente in una prospettiva pur anche ben animata dall’intento di perseguire un “Bene superiore”: ossia la migliore tutela della salute. Ma, si è detto, proprio l’idea moderna di sapere scientifico ha portato la società a comprendere come nessun “Bene superiore” debba mai ostacolare il libero esercizio dell’espressione del pensiero.

Vorrei che una legge sui vaccini chiara in Italia ci fosse, ma che essa passasse attraverso un dibattito, pubblico e politico, effettivo, ossia non influenzato dall’azzeramento delle posizioni ritenute – a questo punto non possiamo usare che un termine – “eretiche”.

Il rischio, mettendolo a fuoco chiaramente, è di dare spazio ad una idea di scienza che non sia più autentica scienza intesa in senso moderno, ma una pericolosa variante dogmatica che potremo solo chiamare “scienza di Stato”, in quanto legata al potere normativo e alle regole deontologiche.

Se si prosegue su questa strada, si pone uno strappo a principi talmente basilari che vi è il rischio di dare per buono un modo di operare – che oggi riguarda il tema dei vaccini, già fortemente legato a quello dei valori e libertà costituzionali, e che domani potrà riguardare qualsiasi cosa – che pone finanche in discussione la tenuta democratica del sistema.

Il senso di ingiustizia che si avverte è fortissimo.

Ringrazio il Direttore di questa Rivista per aver ospitato queste mie riflessioni, che voglio concludere auspicando di poter assistere ad un effettivo confronto sulle posizioni mediche in campo, magari arricchito da studi comparatistici di livello internazionale, in cui ciascun esponente della comunità medica possa esprimere liberamente la propria opinione. Se non è certo compito di un giurista addentrarsi nella materia medica, altrettanto certamente lo è quello di permettere che ciascun medico partecipi a tale dibattito: non per contrastare la Scienza, ma al contrario per evitare che essa divenga, attraverso il dissenso tacitato per mezzo di norme deontologiche, una “scienza di Stato”.

(Altalex, 8 giugno 2017. Nota di Riccardo Bianchini)