Becky Quick, giornalista di CNBC, intervista Bill Gates

9 aprile 2020:

Becky Quick, giornalista di CNBC, intervista Bill Gates:

https://www.cnbc.com/video/2020/04/09/watch-cnbcs-full-interview-with-microsoft-co-founder-bill-gates-on-past-pandemic-warnings.html

Traduzione non professionale a cura del nostro staff.

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Becky Quick:
Nel 2015 lei ha tenuto una conferenza (TED-talk) che, sfortunatamente, si è rivelata profetica: disse che il mondo non si sarebbe dovuto preoccupare dei missili ma dei microbi e che non sarebbe stato pronto a una nuova pandemia come quella vissuta nel 1918, l’influenza spagnola. Quando ha cominciato a sospettare che il covid-19 poteva essere la pandemia a cui lei pensava?

Bill Gates:
Ogni volta che si presenta un virus trasmissibile da uomo a uomo tramite vie respiratorie si può pensare sia quello. Quindi cerchi di osservare e capire se si tratta di una variante dell’influenza o un virus diverso. Visto che siamo abituati a viaggiare molto il contagio può diventare globale, quindi ciò che conta è che il virus non sia fatale. Invece il Coronavirus è facilmente trasmissibile e abbastanza letale. Quindi rappresenta l’incubo di cui abbiamo parlato a lungo.
E sebbene dal 2015 siano state fatte cose, come fondare il CEPI (Coalition for Epidemic Preparedness Innovation) che si occupa di vaccini, avremmo potuto fare molto di più: diagnosi più rapide, medicinali e vaccini prodotti in breve tempo.

Becky Quick:

Ci descriva la situazione attuale nel mondo, visto che arrivano notizie contrastanti: da una parte sembra che la situazione in Cina stia migliorando, dall’altra pare che sia in arrivo una seconda ondata di contagi. Con tutte le informazioni di cui dispone ora, qual è la sua visione di ciò che sta accadendo in Cina, Europa, Usa e altri Paesi?

La situazione in Cina stava diventando veramente drammatica ma grazie ad interventi drastici come la riduzione degli spostamenti sono riusciti a sconfiggere l’epidemia. Gli ospedali sono vuoti, i centri commerciali ora sono aperti, cosa che non è ancora possibile da altre parti. Mentre prima avevamo la situazione opposta.

Sono partiti da un numero significativo di casi e sono arrivati a un livello bassissimo. Ma ora, se riaprono, potrebbe verificarsi un ritorno. È importantissimo che condividano la loro esperienza con gli altri Paesi in modo da comprendere quali attività riprendere quando diminuiranno i contagi e prima di avere il vaccino. Sicuramente la manifattura, l’edilizia, le scuole poiché coinvolgono in gran parte persone giovani, ma avremo un periodo intermedio in cui apriranno queste attività ma non si tornerà ancora alla normalità, finché non avremo un vaccino valido per tutto il mondo.

Becky Quick:

Il Presidente, oggi, su twitter ha scritto di voler riaprire tutto il prima possibile. Secondo lei per quanto potrebbe durare il periodo intermedio? Quando potremo far ripartire tutta l’economia e tornare alla normalità?

Sfortunatamente gli Stati Uniti non presentano una situazione uniforme, in alcune zone c’è una crescita esponenziale e sebbene si stiano facendo tantissimi tamponi, sono necessari molti giorni prima di avere un responso. Se tutti assumiamo un comportamento responsabile e ci possiamo avvalere di sistemi innovativi, come ad esempio il tampone che la nostra fondazione sta realizzando, all’inizio di giugno si potrebbe pensare a un’apertura.

Dovremo tenere in considerazione anche le esperienze fatte nei vari paesi, come Corea del Sud, Cina e alcune nazioni europee come la Svezia che ha scelto di non optare per la chiusura totale.


Becky Quick:

Come verrà affrontata la situazione in America? Sappiamo che il virus si è diffuso in modo diverso nelle varie zone come lei precisava prima. Seattle si è trovata in prima linea, a New York stiamo vivendo il picco proprio in questo momento, ma la rapidità con cui si diffonde questo virus è incredibile. Come affronteremo la questione? Sentiamo di nuovi focolai a New Orleans, Chicago.

Il nostro partner IHME (helthdata.org) cerca di monitorare le singole zone degli Stati Uniti prevedendo quando si verificherà il picco e valutando la capacità della terapia intensiva e quanti respiratori saranno necessari. Si presume che le persone assumano un comportamento responsabile, ci sono località in cui esistono vari casi ma le persone continuano ad uscire.
A Seattle la curva dei contagi è in discesa e qui abbiamo il “Seattle Coronavirus Assestment network” che si occupa della sorveglianza dei casi, dell’età delle persone colpite e di capire come può avvenire la trasmissione. I dati che vengono registrati saranno molto utili per aiutare nelle decisioni in merito alle riaperture. A Seattle si è verificato il primo caso importante e grazie al “Seattle Flu Network” che io gestisco, siamo riusciti a renderci contro del contagio nella comunità in breve tempo dato che avevamo già cominciato a fare i test (tamponi) quando ancora non si pensava di doverli fare alle persone che non erano mai uscite dal Paese.
E’ vero, ci sono zone che si trovano proprio nel picco dei contagi e se anche ci stiamo dirigendo verso un calo, non è proprio il momento di pensare alla riapertura. Dovremo aspettare di avere un nuovo sistema di controllo che valuti ogni nuovo caso. Dovremmo prendere esempio dalla condotta che hanno adottato in Asia.

Becky Quick:

Abbiamo ospiti che vengono in trasmissione spesso e sostengono che la cura potrebbe essere peggiore della malattia. Cosa risponde a questa affermazione?

Io credo che non sia una situazione semplice. Il governo potrebbe intervenire e frenare il calo del PIL, ma, davanti a una malattia che causa la morte di cosi tante persone, è l’atteggiamento delle persone che cambia, prima desideravano tanto viaggiare, partecipare ad eventi o semplicemente solo andare al ristorante ma ora non si sentono sicuri e non lo saranno fino a che noi non li rassicureremo sul fatto che si sta monitorando la situazione al meglio e che quindi è possibile riprendere le attività lavorative senza correre nessun pericolo.
Ma non si può pretendere che il governo abbia una bacchetta magica e riporti in un batter d’occhio l’economia ai livelli precedenti la malattia. C’è anche l’aspettativa di una cura e magari del vaccino.
Quindi da una parte abbiamo un evento che causa una crisi e dall’altra la risposta a questo evento, e la reazione a tutto questo è subordinata alla diffusione di questa infezione e agli effetti che deriveranno dalla crisi lavorativa.

Becky Quick:
Parliamo della Gates Foundation e di cosa sta facendo. Come prima cosa le chiedo come reperite le informazioni dato che mi sembra di capire che siate i più informati di tutti. State investendo più di 100 milioni di dollari, esattamente come verranno spesi? E poi, cosa pensa che potrà essere di maggior aiuto per questa situazione?

La nostra maggiore competenza è quella di eseguire analisi, trovare le cure per salvare vite e realizzare vaccini. Ovviamente 7 miliardi di dosi sono una sfida enorme.
Abbiamo trasformato il nostro lavoro abituale, incentrato sull’eradicazione della polio, ricerca sull’HIV e Tubercolosi, concentrandoci sulla ricerca di una terapia adeguata sulla base dei dati di cui disponiamo e cercando di capire, tra i vari vaccini in via di sviluppo, quali meritino un investimento. Con la situazione attuale è molto difficile lavorare in sicurezza, quindi crediamo che saranno necessari almeno 18 mesi prima di avere dei risultati soddisfacenti sul vaccino. Le terapie sicuramente saranno disponibili molto prima, come il plasma dei pazienti già guariti, ma non abbiamo certezze di quante vite si potranno salvare con queste cure.

Becky Quick:
Lei ritiene che con tutto il lavoro svolto finora e i vari potenziali vaccini che state testando ci vorranno circa 18 mesi per avere un vaccino pronto?

C’è un tipo di vaccino che si chiama RNA, utilizzato da Moderna, Curevac e altri e si è rivelato molto promettente in caso di pandemia o situazioni simili. Quindi se tutto va come deve andare, con il vaccino RNA dovremmo essere pronti in 18 mesi. Non vogliamo creare false aspettative.
L’efficacia delle vaccinazioni nelle persone più anziane è sempre una sfida enorme: il vaccino contro l’influenza non ha tutto questo effetto sulle persone anziane, il vero beneficio si ha grazie alle persone più giovani che non diffondono il virus perché vaccinate.
Adesso abbiamo bisogno di un vaccino che sia efficace sugli anziani perché sono quelli più a rischio, quindi va potenziato ma senza causare effetti collaterali.
Se ci dovessero essere, avranno un incidenza di 1 su 10.000. quindi al massimo 700.000 persone subiranno questi effetti. Purtroppo è difficile garantire la sicurezza su larga scala e su tutte le fasce d’età e categorie: donne, uomini, donne in gravidanza, persone denutrite, persone con patologie già presenti.
Prima di decidere se distribuire il tale vaccino a tutto il mondo, i vari governi dovranno essere coinvolti perché ci saranno dei rischi e degli indennizzi necessari.

Becky Quick:
Ora le vorrei fare alcune domande veloci che abbiamo già posto ad altre persone ma da cui abbiamo ricevuto risposte diverse.
Qual è la percentuale di mortalità?

Considerando che non conosciamo tutti i casi, direi 1/1,2%. La Germania ha dato un grande esempio eseguendo i test e intervenendo, quindi nel loro caso questa è la percentuale. Anche la Cina, dopo il caso particolare di Wuhan ha raggiunto quella percentuale.

Spagna e Italia non stanno eseguendo i tamponi su larga scala, probabilmente ne fanno meno di noi in USA.
Comunque direi che la percentuale è di 1/1.2% se si ha un sistema sanitario che funziona perfettamente per intervenire sulle persone che presentano seri problemi respiratori.

Becky Quick:
Cosa pensa della diffusione del virus da parte delle persone asintomatiche? Ho letto che un 25% dei contagi potrebbe derivare dagli asintomatici.

Il “Seattle Coronavirus Assestment network” sta lavorando a questo per cercare di capire ma io ritengo che la percentuale reale non sia cosi alta. A mio avvio è difficile che tra gli asintomatici nessuno diventi sintomatico e secondo me possono infettare le altre persone. La Fondazione sta raccogliendo dati da tutti i Paesi, anche Regno Unito e Germania. Dobbiamo conoscere questi dati perché sono fondamentali nel pensare a una riapertura.
Secondo i dati la percentuale non è cosi alta ma è importante avere informazioni sicure.

Becky Quick:
Cosa pensa dei test sierologici per verificare se si hanno gli anticorpi e quindi l’immunità?

Non è cosi interessante perché le misure che dobbiamo prendere devono essere finalizzate a ridurre al minimo i contagi. Negli USA è molto probabile che alla fine di tutto avremo avuto circa 10 milioni di contagiati e su una popolazione di 330 milioni è un numero irrisorio ai fini dell’immunità di gregge. Quello che ci può veramente interessare delle persone che hanno sviluppato gli anticorpi è capire se il loro sangue può essere utilizzato per la profilassi o per curare persone infette. Esiste un pool di sei aziende che stanno lavorando a questo ma ci vorranno almeno 5 mesi per avere risposte certe.
Il test sierologico è più utile a livello scientifico, io darei precedenza al test PCR per tracciare i contagi e capire se le persone necessitano di un periodo di quarantena. Il test sierologico ti dice se hai contratto la malattia ma quando l’hai già superata quindi non serve a prevenire i contagi.

Becky Quick:
Una domanda filosofica che riguarda il problema della disuguaglianza nei trattamenti tra le categorie di lavoratori. Pensa che la gestione tra classe operaia (che deve essere presente sul posto di lavoro) e classe dirigente (che resta a casa) sarà differenziata e come?

La percentuale maggiore di perdita di lavoro è concentrata tra le persone con un basso redito e soprattutto in quelle tipologie di lavoro legate alla fornitura di servizi, per cui tarderanno a ripartire. Se prendiamo come esempio i paesi in via di sviluppo e quelli sviluppati, ci rendiamo conto che nei periodi di crisi quelli in via di sviluppo soffrono di più la situazione critica, e nella società accade lo stesso: chi soffre maggiormente la crisi sono le classi che sono alla base. Per questo il governo deve mettere in atto misure di aiuto e sostegno.

Becky Quick:
La Fondazione ha dedicato molto tempo anche al discorso dell’educazione. E ora vediamo i bambini che non sono a scuola e i governatori di alcuni stati che hanno già deciso di chiudere l’anno scolastico senza sapere cosa succederà il prossimo autunno. Pongo la stessa domanda:
Ci sono bambini che hanno la possibilità di accedere alle lezione online, di essere seguiti da adulti in casa con loro. Ma anche questa è una situazione di grande diseguaglianza. Cosa si potrebbe fare?

E’ un grande problema perché se non si ha la possibilità di svolgere le lezioni on line, si perderanno tre mesi di scuola. Sono convinto che le scuole riapriranno in autunno ma per l’anno in corso non ci sarà una partecipazione significativa. Magari alcune scuole organizzeranno qualcosa in estate, ma temo che sarà difficile. Alcune scuole hanno scelto di non svolgere lezioni online proprio per evitare il divario tra gli studenti con possibilità e quelli senza. Ci sono filantropi che stanno aiutando fornendo gli strumenti a chi non ne possiede, ma gli studenti che appartengono a famiglie meno abbienti saranno quelli che subiranno maggiormente la chiusura della scuola.

Becky Quick:
Parlando di investimenti, lei è un grande investitore anche se probabilmente non se ne occupa direttamente, ha modificato la sua strategia dopo quanto accaduto?

In effetti non mi occupo direttamente della cosa e delego molto. Molte aziende subiranno una riduzione della domanda anche dopo un ritorno dell’offerta e la spesa capitale subirà delle conseguenze anche se lo spirito sarà quello di tornare a una situazione antecedente a tutto questo. Ma non ho fatto una pianificazione specifica su questo.

Becky Quick:
Come si svolgono le sue giornate in questo periodo?

Trascorro molto tempo in videochiamate rispondendo a domande quali “Come farai a produrre 7 miliardi di dosi?”, “Come si svolgeranno i trial?”
Ho molti meeting con politici, governatori, capi di Stato come Cyril Ramaphosa, Presidente dell’Unione Africana e del Sud Africa, con i quali discuto di strategie da adottare nei paesi in via di sviluppo. Purtroppo questi paesi non saranno in grado di ridurre la diffusione del contagio come i Paesi più ricchi che hanno preso molto sul serio la situazione.

Becky Quick:
Prima parlava di potenziali terapie. Cosa pensa dell’ idrossiclorochina?

Ci sono state ricerca su questo, ma ancora aspettiamo risultati sulla ricerca. Esistono terapie che vanno studiate.

Becky Quick:
Per quanto riguarda i tamponi, lei ha detto che sono molto importanti per tornare al lavoro. Molti operatori sanitari nella zona di New York ad esempio sono stati sottoposti a test e potrebbero ancora non aver sviluppato sintomi. Quando pensa che saranno disponibili i tamponi e quindi sarà possibile tornare a una situazione più sicura?

Il problema dei tamponi è la velocità con cui vengono forniti i risultati. Quando questi non vengono dati in tempi brevi e nel frattempo tu sei asintomatico, rischi di comportarti come se non ci fosse pericolo di infettare altre persone. La cosa migliore sarebbe fare come la Corea del Sud e creare un sistema unificato online dove si possono inserire i propri dati e ricevere un codice di priorità quindi avere poi una risposta in tempi più brevi. Finché non avremo un sistema di questo tipo, sarà un problema perché non riusciremo a fare test su tutta la popolazione dandoci delle priorità.

Becky Quick:
Abbiamo parlato del ritorno a scuola. Lei crede che sarà possibile ritornare negli stadi sugli aerei, in vacanza, etc..?

Io credo si potrà parlare di un inizio di apertura verso la fine di maggio ma la discussione su quali riaperture siano più rischiose di altre credo che necessiti considerazioni più ampie a cui tutti dovrebbero partecipare.
Abbiamo visto in Cina o in Sud Corea che poco alla volta le cose sono ripartite. Penso che ogni governo dovrebbe creare il proprio “regime” per effettuare delle prove e capire come agire.