LE VACCINAZIONI SONO COERCIBILI?

La legislazione in vigore non prevede affatto la possibilità di porre in essere atti di vaccinazione coatta. È necessario quindi ricorrere all’esame di un vasto panorama legislativo e giuridico per poter affermare che, in ultima istanza, il concetto di coercibilità delle vaccinazioni obbligatorie oggi in Italia non è applicabile. Proviamo quindi a farlo.
Come affermato nella fase introduttiva Il Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.), istituito dalla legge 180/1978 e attualmente regolamentato dalla legge 833/1978 (articoli 33-35), è un atto di tipo sanitario e giuridico, che consente l’imposizione di determinati accertamenti e terapie a un soggetto affetto da malattia mentale.
Il concetto di T.S.O., si basa quindi su valutazioni di gravità clinica e di urgenza, e quindi è una procedura esclusivamente finalizzata alla tutela della salute. Questa norma ha sostituito il “ricovero coatto” (legge 36/1904) basato sul concetto di “pericolosità per sè e per gli altri e/o pubblico scandalo”, fortemente orientato verso la difesa sociale.
Il T.S.O. viene emanato dal Sindaco del comune presso il quale si trova il paziente su proposta motivata di un medico. La legge 833/1978 si occupa dei T.S.O. all’art. 33 ma non cita le vaccinazioni: viceversa demanda allo Stato la competenza amministrativa generale di esercitare funzioni amministrative generali in caso di vaccinazioni obbligatorie (art. 4).
Il codice civile (Art. 330) recita:

Il giudice [disp.att. 38 1, 51] può pronunziare la decadenza dalla potestà [c.p. 32, 34] quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti [147; Cost. 30; c.p. 570] o abusa dei relativi poteri [320, 323, 324; c.p. 571, 572] con grave pregiudizio del figlio.

Occorre quindi entrare nel merito della definizione di “grave pregiudizio del figlio”.
Per incontrare il senso di tali provvedimenti viene chiamato in causa l’art. 333 del CC:

Quando la condotta di uno o di entrambi i genitori non è tale da dare luogo alla pronuncia di decadenza prevista dall’articolo 330, ma appare comunque pregiudizievole al figlio, il giudice [disp. att. 38 1, 51], secondo le circostanze, può adottare i provvedimenti convenienti e può anche disporre l’allontanamento di lui dalla residenza familiare ovvero l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore. Tali provvedimenti sono revocabili in qualsiasi momento [c.p.c. 742].

Ma il contesto familiare degli obiettori è tutt’altro che un contesto ‘trascurante’ o pregiudizievole, anzi.
La giurisprudenza orientata verso la legittimità di un provvedimento coercitivo di tal genere (compressione della autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale”, rappresentato dall’indispensabile rispetto della dignità umana e dalla salvaguardia, da irreparabili pregiudizi, della vita e della salute del disponente, che non potrebbero essere danneggiate neppure per tutelare quelle di altre persone, anche se in grave pericolo) considera le vaccinazioni in età infantile come un DOVERE DEI GENITORI nella cura de i propri figli.

A differenza dei pazienti che abbiano superato la maggiore età, il cui diniego a ricevere un trattamento obbligatorio sarebbe al più sanzionato in forma indiretta, qualora la vaccinazione fosse preordinata ad assicurare una copertura immunitaria di minori di età la legge, accanto ed oltre a questo deterrente amministrativo (ammenda a carico degli esercenti la patria potestà e – prima del DPR 355/99 – rigetto dell’iscrizione del bambino alla scuola d’obbligo), avrebbe previsto ulteriori ACCORGIMENTI DISSUASIVI -la cui determinazione è però “rimessa alla discrezionalità del legislatore” e non sarebbe “censurabile” dal giudice delle leggi “se non arbitraria” (Corte Cost. sent. n. 132 del 1992)- per indurre coloro che esercitano la patria potestà sui minori (soprattutto se in tenera età, e comunque al di sotto dei 14 anni) a recedere da un atteggiamento (dettato da qualsivoglia motivazione) APRIORISTICAMENTE contrario a sottoporre il proprio figlio a trattamenti di questo genere.

Costoro, nel concepire un tale pensiero, non tengono in minimo conto che la posizione dei genitori obiettori non è in alcun modo APRIORISTICA ma si basa sulla potestà genitoriale, ben disciplinata dagli artt. 315 e segg. c.c., secondo la quale i doveri verso i figli devono tendere al loro bene supremo. Inoltre sulla necessità di ricevere adeguate garanzie di innocuità della pratica vaccinale (Rif. Sentenza N. 258 del 20 giugno 1994. Legittimità costituzionale leggi dell’obbligo vaccinale).
Nel nostro Paese, sulla scorta delle revisioni scientifiche e degli interventi della classe medica, non sono mancate ripetute, concrete e significative prese di posizione giurisprudenziali legittimanti il superamento del vincolo impositivo delle vaccinazioni e giungendo pertanto ad una sacrosanta autonomia decisionale del singolo; palesando in definitiva la comparsa di alcune incrinature concettuali nei presupposti scientifici che verosimilmente giustificavano la obbligatorietà di alcune vaccinazioni.

Il tema delle possibili reazioni collaterali alle vaccinazioni è fortemente sentito e dibattuto. La questione di tali complicanze ha interessato anche la Corte Costituzionale che nella famosa sentenza n. 307 del 1990 ha affermato il principio per cui un trattamento sanitario può essere imposto “solo nella previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di chi vi è assoggettato”. Sulla stessa linea è stata emanata la Legge n.210 del 1992 che ha disposto norme precise ai fini della prevenzione delle complicanze causate dalle vaccinazioni.
Il legislatore ha provato quindi a normare questa materia: è intervenuto il D.L. 6/5/1994 n. 273 (non approvato dalla Camera dei Deputati nella conversione in legge – n. 490 del 20.11.1995 – in quanto gli articoli relativi venivano soppressi, in particolare l’Art. 9) il quale, sotto il nome di “decreto Garavaglia” disponeva quanto segue:

A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, l’esecuzione delle vaccinazioni obbligatorie sui minori non può essere coercitivamente imposto con l’intervento della forza pubblica.

Nonostante questa “impasse” la questione della incoercibilità delle vaccinazioni è entrata a far parte di numerose sentenze tanto da diventare “giurisprudenza minorile costante” fin dal periodo immediatamente successivo allo stesso 1994, e comunque sino ad oggi. Inoltre è stata di fatto ratificata dagli ormai numerosi provvedimenti regionali in termini di devolution sanitaria, provvedimenti che comunemente adottano un tale orientamento quando esprimono concetti come:

“Un concetto fondamentale, suffragato anche ormai da sentenze della magistratura, è che le vaccinazioni, pur restando nel nostro paese obbligatorie, sono comunque trattamenti sanitari non coattivi, cioè non coercibili fisicamente: al giorno d’oggi, in base alle normative vigenti, sarebbe del tutto improponibile richiedere al giudice l’esecuzione forzata delle vaccinazioni su di un minore, con l’intervento della forza pubblica … (omissis) … Va precisato che il rifiuto delle vaccinazioni non è di per sé necessariamente indice di incuria, negligenza o trascuratezza nei confronti del minore, potendo invece derivare dalla posizione assunta da persone che manifestano una visione alternativa della prevenzione … (omissis) … E’ utile ricordare a questo proposito la recente evoluzione della legislazione in tema di consenso ai trattamenti sanitari, rappresentata dalla Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 19 novembre 1996 e sottoscritta a Oviedo il 4 aprile 1997 e ratificata dallo Stato italiano con la Legge 28 marzo 2001, n. 145. Tale principio appare cruciale in ambito vaccinale, poiché la vaccinazione è un trattamento preventivo proposto a persone sane e in tale ambito non si configura lo stato di necessità, unica situazione in cui non è richiesto il consenso del paziente o del rappresentante legale. Inoltre, la mancanza di partecipazione al processo decisionale derivante dall’obbligo vaccinale, viene vissuta da taluni come una prevaricazione

[rif. PIANO REGIONALE DELLA PREVENZIONE DELIB.G.R. N.29/2 DEL 5 LUGLIO 2005, Regione Sardegna].

Tutto ciò premesso è comunque possibile che alcuni giudici minorili, possibilmente a causa di orientamenti pregiudizievoli nei confronti dei genitori obiettori o per valutazioni errate della materia, siano indotti ad emettere ancora decreti di affievolimento della patria potestà genitoriale. Questo tipo di sentenze va immediatamente segnalato al COMILVA che attraverso il suo staff legale provvederà immediatamente a riportare l’iter giudiziario nei binari più consoni definiti come “giurisprudenza minorile costante”. Spetta ai genitori e ai gruppi locali farsi parte attiva in questo senza peraltro cedere a forme di abbattimento morale da una parte né ad eccessi di contestazione dall’altra, entrambi atteggiamenti controproducenti nell’ottica dell’esercizio consapevole dell’obiezione di coscienza. Va mantenuta la calma e vanno messe in atto tutte le iniziative (anche pubbliche) di stigmatizzazione di tali provvedimenti. L’interessamento a tale proposito delle autorità locali (Sindaco in primis), degli organi di informazione e di tutela del cittadino aiuta a creare quel clima di solidarietà e comprensione verso l’atteggiamento “responsabile” dei genitori indispensabile per avere dalla propria parte l’opinione pubblica. Il superamento di queste condizioni costituirà quindi, come accaduto in altre zone del paese, il punto di partenza per una nuova fase di apertura verso le istanze dell’obiezione (lo stesso clima che ha portato all’emanazione dei provvedimenti regionali di dissenso informato).

LA “TERZA VIA”

Una terza via è percorribile attraverso l’accoglimento delle determinazioni del CTU: il riferimento storico è alla “famosa” perizia Barisani (Corte d’Appello di Trieste, Sezione Minorenni, Consulenza Tecnica di Ufficio depositata l’11/2/1995 _ R.C.C. 61/94, Cron. 1462, Inc. 38/94) che scaturì in una singolare sentenza, favorevole ai genitori ricorrenti, in cui si affermava che l’unica vaccinazione utile per il minore poteva essere l’antitetanica. Successivamente, nella stessa procura, in casi simili furono decise ulteriori perizie ma poi si tornò a sentenziare l’affievolimento, per orientarsi attualmente verso l’archiviazione e il “non luogo a procedere”.

IL RICORSO IN APPELLO

Se il Tribunale emette un decreto sfavorevole (vaccinazione coatta) è possibile ricorrere in appello (questa volta con l’assistenza di un avvocato) entro dieci giorni dalla notifica, altrimenti occorre rivolgersi direttamente al Sindaco e perorare la vostra causa con le motivazioni di cui sopra.

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Tribunale per i minorenni