IL PARADIGMA VACCINALE: PARTE QUARTA

DALL’OPERA ORIGINALE: LEADING EDGE MASTER ANALYSIS OF VACCINATION PARADIGM

Copyright;1995, 1996, 1997, 1998: Leading Edge Research Group

DISCLAIMER: Le informazioni seguenti sono a vostra disposizione per contribuire alla formazione di una maggiore consapevolezza e non possono essere considerate delle informazioni di carattere medico o legale: tali competenze vanno ricercate nelle sedi ritenute opportune da chi legge. I lettori sono invitati ad un necessario quanto doveroso approfondimento di queste informazioni tramite una ricerca personale, frutto della loro esperienza, prima di arrivare a delle conclusioni e scelte definitive. E’ stato fatto ogni sforzo ragionevole al fine di accertare la validità dei dati contenuti in questi documenti, integrando, laddove era possibile, con i riferimenti bibliografici disponibili al momento della stesura.

SOMMARIO

  • INFEZIONI DA MORBILLO E RIMEDI A BASE DI VITAMINA “A”
  • DIVERSITA’ NELLA SENSIBILIZZAZIONE RAZZIALE VERSO I VACCINI E CONSEGUENTE MANIFESTAZIONE DI CNS (Central Nervous System Pathology)
  • ORTODOSSIA SUL MORBILLO
  • PAROTITE
  • ORTODOSSIA SULLA PAROTITE
  • DIFTERITE
  • TETANO
INFEZIONI DA MORBILLO E RIMEDI A BASE DI VITAMINA “A”

Esiste la prova che le infezioni da virus del morbillo e i danni dei tessuti epiteliali associati comporti una drastica diminuzione di vitamina “A”. In uno studio pubblicato nel 1987, alcuni bambini al di sotto dei 2 anni che assumevano un integratore orale a base di vitamina A di 200.000 IU immediatamente dopo il contagio, sono rimasti in vita con un tasso di 7 a 1 rispetto a quelli che non assumevano vitamina A.
Dalla letteratura sappiamo che la vitamina A è essenziale per la corretta funzionalità dei tessuti epiteliali.
È interessante notare come, a fronte di una ipotetica protezione ottenibile con il vaccino antimorbillo, per alcuni bambini sembra aggravarsi il rischio di decesso ad opera di svariate malattie negli anni successivi la vaccinazione stessa, presumibilmente perchè il livello della sensibilizzazione allergica della popolazione cresce stabilmente a causa delle numerose campagne di vaccinazioni obbligatorie.

DIVERSITÀ NELLA SENSIBILIZZAZIONE RAZZIALE VERSO I VACCINI E CONSEGUENTE MANIFESTAZIONE DI CNS (CENTRAL NERVOUS SYSTEM PATHOLOGY)

Alcune razze umane sono più soggette a danni neurologici conseguenti a malattie come il morbillo e la pertosse (e anche a vaccinazioni) e ne subiscono in maggior grado le menomazioni intellettive e i relativi disordini comportamentali. In uno studio del 1964 (Baltimora, USA) si dimostrò che la razza nera andava più soggetta ad affezioni  in seguito a malattie infettive come la pertosse rispetto alla popolazione bianca; da altri studi è possibile vedere come in questa razza si verifichi una elevata incidenza, rispetto alla bianca, di condizioni patologiche conseguenti ad encefaliti come ad es. l’epilessia e l’asma, in quest’ultimo caso con una proporzione maggiore di 2,5 volte. Anche la dislessia, negli USA, è maggiormente diffusa nella popolazione nera. Tutto ciò sembra indicare che parte del quadro generale delle malattie post vacciniche possa avere ragioni di carattere razziale.

In questa chiave di lettura, è interessante notare come tutti i programmi di vaccinazione dell’OMS siano stati sviluppati inizialmente nel continente Africano: i bambini africani inoltre, date le condizioni generali di miseria, sono soggetti a nascere sotto peso e prematuramente, fatto questo correlabile direttamente alla demielinizzazione del sistema nervoso immaturo soprattutto in conseguenza alla vaccinazione infantile.

A questo punto assistiamo ad un meccanismo abbastanza curioso. È tipico della natura umana il ricorrere a medicine  per mitigare situazioni che hanno la loro radice in disturbi psichici: tali droghe, guarda caso, sono fatte pervenire in forme convenienti alle comunità meno abbienti. Inoltre si nota che l’ipersessualità, che spesso si riscontra nei casi di Danno Cerebrale Minimo post vaccinico, è strettamente connesso con il fenomeno della musica rap. Questi paralleli sono senz’altro sorprendenti e, per qualcuno, probabilmente azzardati ma indicano decisamente una possibile tendenza nascosta, insita nei programmi globali di vaccinazione, dietro a quella che viene comunemente definita la “guerra delle medicine”. Naturalmente nessuno avrebbe il coraggio soltanto di immaginare un tale scenario senza una reale e puntuale ricerca alle spalle.
È ovvio, comunque, che la tendenza verso una particolare sensibilizzazione della popolazione nera degli USA sarebbe stata evidente già dai primi momenti dei programmi di vaccinazione di massa, no?

In effetti, nel 1931 il Presidente del Comitato per la Casa Bianca del CDC ( Comitato di Controllo per le Malattie Trasmissibili), George Bigelow osservava come “la mortalità fra i neri e gli indiani d’America fosse maggiore” rispetto ai bianchi e la teorizzava con il fatto che fosse “dovuta prevalentemente alle particolari condizioni di vita piuttosto che a una insita predisposizione”. Che cosa intendeva con insita predisposizione?  Sembra quasi che già nel 1931 sapessero che cosa stava succedendo. È un dato di fatto che le persone costrette a vivere in un determinato contesto socioeconomico di malnutrizione, con carenza di vitamina A, manifestino una sintomatologia più acuta nel caso di infezioni da morbillo, in modo particolare se parliamo di “morbillo atipico”. Durante la seria epidemia di questa malattia negli USA, nel 1989, vennero colpiti maggiormente i bambini neri ed ispanici in età prescolare, residenti nelle zone più povere delle città. Anche l’epidemia di morbillo che colpì Chicago, nello stesso anno, rivela statistiche analoghe: più di 2000 furono i soggetti affetti, di cui gli afroamericani erano il 71%, gli ispanici il 23%, mentre il restante 6% colpì la comunità bianca. Più del 32% dei casi interessò bambini al di sotto dei 15 mesi, ben al di sotto dell’età minima per la somministrazione del vaccino e ben al di sotto del periodo di pre-vaccinazione (che va dai 5 ai 9 anni).

La conseguenza di tutto questo fu che il Dipartimento di Salute Pubblica non trovò altro di meglio che abbassare per ben due volte l’età della vaccinazione, portandola così a 6 mesi, il che garantisce purtroppo il massimo danno neurologico da vaccino virale, i disordini comportamentali correlati alle vaccinazioni e l’istituzione di un meccanismo di controllo sociale richiesto a “furor di popolo” nel momento del bisogno. Ecco come vanno le cose. Stranamente lo stesso schema fu seguito durante l’epidemia di morbillo del 1967, e l’epidemia continuò indisturbata. […]

ORTODOSSIA SUL MORBILLO

Premessaquando parlano di Ortodossia gli autori si riferiscono a quanto la scienza ufficiale riporta in merito alla definizione della malattia, alle sue conseguenze e ai “pregi” della vaccinazione, una sorta di legittimazione del vaccino che serve, in definitiva, per una tranquilla accettazione del prodotto da parte dei genitori i quali sono guidati in questa “scelta” (quando possono) dalla convinzione che ciò rappresenti un “bene” per i propri figli. La conoscenza di queste definizioni è necessaria per poter comprendere la struttura del paradigma vaccinale e quindi per poterlo confutare a ragion veduta. (n.d.t.)

“Il morbillo è spesso una malattia grave. La sua eradicazione negli USA è dimostrata  dal basso numero di casi registrati. Nel 1989 c’è stato un aumento improvviso dei casi segnalati, ma in generale la possibilità di infezione rimane bassa per gli individui esposti al virus naturale. Molte persone nate prima del 1957 hanno contratto la malattia per via naturale e non sono generalmente considerate sensibili. Una singola dose di vaccino antimorbillo ottenuto da virus vivo attenuato induce la formazione di anticorpi in una percentuale di almeno il 95% dei soggetti sensibili vaccinati all’età di 15 mesi o in seguito. Una seconda dose dovrebbe indurre l’immunizzazione nel restante 5% che non ha risposto alla prima. La vaccinazione primaria può essere associata a forme febbrili lievi e a rash cutanei a carattere temporaneo. Sono state riportate in letteratura reazioni avverse che interessano il Sistema Nervoso Centrale, come Encefaliti o Encefalopatie in forme che variano da lievi a gravi: comunque il tasso di incidenza di queste condizioni risulta inferiore rispetto a quello dovuto ad encefaliti di etiologia sconosciuta, ‘suggerendo il fatto che tali disordini neurologici possano essere causati da altri fattori’.

Non c’è prova di un maggior rischio per vaccinazione con virus vivo in riferimento ai soggetti che abbiano già ricevuto una dose dello stesso vaccino o che abbiano contratto l’infezione naturalmente. Sebbene i destinatari di vaccino da virus ucciso possano essere maggiormente soggetti a reazioni locali e sistemiche dopo il richiamo con vaccino da virus vivo, si raccomanda comunque la rivaccinazione per evitare di contrarre la forma più grave di morbillo atipico che spesso li colpisce se esposti all’infezione naturale.

Il vaccino da virus vivo viene prodotto a partire da colture di cellule embrionali di pollo. Le persone che hanno una storia di reazioni anafilattiche dovrebbero essere vaccinate con estrema cautela. La replicazione del virus del morbillo presente nel  vaccino antimorbillo da virus vivo può essere aumentata in pazienti affetti da malattie da immunodeficienza o soggetti ad una risposta immunitaria soppressa che si verifica in presenza di leucemia, linfoma o tumore maligno, nonché in caso di malattie antimetaboliche e trattamento con radiazioni”.

PAROTITE

La parotite (orecchioni)  è una malattia infantile di origine virale che ha un ruolo fondamentale nello sviluppo del sistema immunitario umano. Le donne, per esempio, sembrano avere minori probabilità di contrarre il cancro alle ovaie se sviluppano questa malattia nella loro infanzia. Diversamente, il contrarre la malattia in età adulta può comportare gravi danni a livello neurologico.

Lo scenario che si presenta per la parotite è del tutto simile a quello del morbillo, dove è stata perseguita una politica di occultamento della sintomatologia clinica conseguente alla somministrazione del vaccino.

La parotite, come infezione naturale, sembra associata a forme molto blande di meningite o meningoencefalite che si manifestano dopo circa 23 giorni dall’infezione, con possibile sintomatologia encefalitica, inclusa la sonnolenza, l’irritabilità, vertigini, convulsioni, psicosi e atassia (perdita di equilibrio): più comunemente si manifesta in un ingrossamento delle ghiandole salivali parotidee e, solo occasionalmente, dei testicoli in una percentuale che va dal 20 al 30% dei maschi adolescenti o adulti.

Il primo vaccino fu testato negli anni ’50 e veniva prodotto allora dalla American Cynamide Chemical Company che utilizzava colture cellulari a base di embrioni di pollo e formalina come disattivante del virus. Il vaccino fu sperimentato inizialmente negli orfanotrofi e negli istituti per malattie mentali, su un campione di bambini da 1 a 8 anni. È interessante notare come uno dei tre istituti che parteciparono alla sperimentazione non avesse mai avuto nella sua storia dei casi di parotite. Dopo qualche tempo (entro 90 giorni) apparve il primo caso di parotite, ed altri seguirono durante tutto il periodo dei test. Le indicazioni che il vaccino stesso poteva essere causa della malattia furono rese note soltanto nel 1967.

In un altro studio, condotto sempre su bambini e utilizzando vaccino da virus vivo attenuato, si dimostrò che molti dei soggetti vaccinati contraevano la parotite clinica entro 16 giorni dalla prima iniezione, e che l’epidemia si protraeva per diversi mesi. Nonostante i molti tentativi di manipolazione dei dati sui test effettuati ne risultò anche che l’iniezione del vaccino a base di virus vivo abbreviava il tempo di incubazione della malattia, una caratteristica comune ad altre somministrazioni di vaccino. Inoltre, il 65% di questi test hanno dimostrato la presenza di anticorpi verso la parotite prima che il vaccino venisse somministrato inutilmente.

In un rapporto del 1980 si parlò, durante una epidemia virale di parotite, della manifestazione di parotite atipica in bambini già vaccinati: i sintomi generalizzati furono febbre, perdita di appetito, nausea e reazioni cutanee. La parotite atipica comparve nel momento in cui l’infezione naturale circolava fra i bambini non vaccinati – un evento normale, associato allo sviluppo del sistema immunitario. Tutti i bambini che hanno sviluppato parotite atipica erano stati vaccinati da 5 a 7 anni prima.  Nel 1981, un’epidemia di parotite colpì il Massachusetts: dei 33 bambini coinvolti, 29 erano stati vaccinati, mentre il 97,4% dei bambini non vaccinati non sviluppò la malattia.

Fin dal 1986 ci fu un incremento di parotite negli USA, con molti dei nuovi casi fra gli studenti delle scuole superiori, ben al di sopra dell’età tipica dell’infezione naturale che si manifestava prima dell’introduzione del vaccino MMR (Mumps = Parotite, Measles = Morbillo, Rubella = Rosolia). Le conclusioni tratte da alcuni esperti della classe medica  ufficiale furono del tipo  “non sono stati vaccinati abbastanza individui”,  una dichiarazione sconcertante, che non è nemmeno supportata dai dati pubblicati circa l’incidenza della parotite e il numero di iniezioni già effettuate (oltre 80 milioni di dosi). La realtà dei fatti dimostra che quando la diffusione del vaccino era ancora bassa lo era anche quella della malattia: nel momento in cui la diffusione è cresciuta altrettanto è avvenuto per la parotite, manifestatasi in vere e proprie epidemie.
Sono gli operatori sanitari ad inasprire il problema, promuovendo campagne di vaccinazione di massa durante le stesse epidemie che erano generate in molti casi dal vaccino. […]

Nel 1989 venne finalmente riconosciuta la responsabilità del tipo di virus utilizzato nel vaccino nello sviluppo di meningite da parotite: il virus contenuto nel vaccino fu isolato nei pazienti che manifestarono la meningite 21 giorni dopo l’iniezione.

Documentazione relativa a danni neurologici gravi in seguito a vaccinazione antiparotite o con vaccino MMR sono state raccolte in Svezia, tra il 1982 ed il 1984, in Germania nel 1989 dove vennero segnalati 27 casi. Altri casi di meningite da vaccino erano noti nello stesso periodo in Canada, dove tra l’altro si verificò il caso di un bambino in fin di vita solo 10 giorni dopo la vaccinazione. Furono raccolte nel 1992 ulteriori prove che il virus della  parotite contenuto nel vaccino MMR causava parotiti e meningiti post-vacciniche.

Nel 1989 in Canada venne eseguito un lavoro sull’epidemiologia della parotite ad Alberta durante gli anni 1980 – ’82. Le conclusioni portarono ad affermare che la parotite contratta per via naturale è generalmente una malattia lieve, che tende a comparire nei primi anni di vita e per la quale non esiste una casistica di mortalità. […]

Dal 1967 al 1977 sia l’incidenza della vaccinazione che le epidemie erano basse: 10 anni dopo, nel 1987, a Chicago, veniva avviata una campagna di vaccinazione di massa contro la parotite, senza apparenti motivazioni. Subito dopo ci fu un’impennata della malattia che perdurò per 7 mesi, colpendo principalmente adulti dai 20 anni in su e generando notevoli complicazioni per le infiammazioni testicolari negli uomini e le infezioni ovariche nelle donne -un netto spostamento dell’incidenza della malattia dall’età tipica infantile verso quella adulta. […] L’estrema determinazione nel continuare questa politica, nonostante le prove pubblicate, fa intendere ancora una volta l’intenzionalità nel compiere in piena consapevolezza atti destinati alla creazione di stati di malattia come presupposto per il mantenimento di un profitto, da una parte e al consolidamento dei paradigmi pseudo-scientifici dall’altra.

ORTODOSSIA SULLA PAROTITE

Premessaquando parlano di Ortodossia gli autori si riferiscono a quanto la scienza ufficiale riporta in merito alla definizione della malattia, alle sue conseguenze e ai “pregi” della vaccinazione, una sorta di legittimazione del vaccino che serve, in definitiva, per una tranquilla accettazione del prodotto da parte dei genitori i quali sono guidati in questa “scelta” (quando possono) dalla convinzione che ciò rappresenti un “bene” per i propri figli. La conoscenza di queste definizioni è necessaria per poter comprendere la struttura del paradigma vaccinale e quindi per poterlo confutare a ragion veduta. (n.d.t.).

“La parotite è una malattia che interessa prevalentemente i bambini in età scolare. La vaccinazione contro questa malattia non è un requisito per l’ammissione alle comunità. I bambini, gli adolescenti e gli adulti suscettibili alla malattia dovrebbero essere vaccinati con una singola dose di vaccino, salvo controindicazioni specifiche. Dovrebbe essere presa in considerazione la vaccinazione MMR. Il vaccino antiparotite può assumere un particolare valore per i ragazzi che stanno per entrare nella pubertà e per adolescenti e adulti, specialmente maschi, che non abbiano sviluppato la malattia in età scolare. Tutte le persone possono essere considerate suscettibili alla malattia, a meno che non documentino precedenti vaccinazioni o non abbiano avuto una diagnosi medica di parotite dopo il primo anno di età o, infine, non siano in grado di presentare un’evidenza di laboratorio di immunità acquisita. Molte persone, negli USA, riceveranno due dosi di vaccino antiparotite a fronte di un nuovo programma vaccinale che fa uso di vaccino MMR, raccomandato per il controllo dell’infezione.

Data l’assenza di dati che evidenziano qualsiasi tipo di rischio di reazioni allergiche locali o sistemiche in persone che abbiano precedentemente ricevuto il vaccino o abbiano sviluppato naturalmente la parotite qualora vengano vaccinate con vaccino da virus vivo, non si rendono necessari test preventivi di controllo per determinare una eventuale sensibilizzazione verso il preparato”.

DIFTERITE

La difterite è una malattia infettiva acuta provocata da un batterio e caratterizzata dallo sviluppo di una membrana sull’epitelio dell’esofago che causa irritazione e forti dolori. Lo sviluppo della membrana può complicare le funzioni respiratorie. La difterite è quindi una malattia grave ma estremamente rara. Nel 1980 il numero di casi complessivo negli USA era inferiore a 5.
Nella Germania nazista l’impiego del vaccino antidifterico fu istituito nella seconda metà degli anni ’30 e comportò un aumento del 17% dei casi di malattia e oltre 600 morti. La diffusione della malattia si fermò dopo la fine della campagna di vaccinazione.
Durante l’epidemia di Chicago del 1969, ben il 25% dei casi erano relativi a soggetti già vaccinati con vaccino antidifterico, mentre il 12% manifestava una completa immunizzazione. Queste evidenze suggeriscono che il vaccino non era servito a nulla ed anzi, aveva contribuito all’incidenza delle condizioni patologiche.

Il vaccino antidifterico è fondamentalmente un tossoide contenente le tossine vere e proprie, prodotte dal microrganismo della difterite, leggermente modificato attraverso trattamenti termici e reazioni chimiche. Una tossina batterica viene generalmente ospitata in un particolare organo corporeo che, nel caso della difterite, è rappresentato dalle ghiandole surrenali. Le antitossine della difterite sono prodotte grazie all’iniezione di tossine specifiche nei cavalli: il sangue, che contiene normalmente altri virus presenti in questo animale, proteine estranee ed altre sostanze prodotte dalla reazione del sistema immunitario equino come risposta alle tossine stesse, viene prelevato e lasciato coagulare. Il siero antitossinico che trasuda dal coagulo viene quindi trattato con un antibiotico ed iniettato come “vaccino” nel corpo umano per costituire, teoricamente, una protezione contro le tossine prodotte da un eventuale contatto con il batterio della difterite. L’unica via alternativa a questa per produrre nel corpo umano queste ipotetiche antitossine è quella di iniettare batteri indeboliti.

I primi vaccini antidifterici furono introdotti al di fuori della Germania, nel 1939. Fra il 1939 ed il 1942 risultò, paradossalmente, che la presenza di antitossine della difterite nel sangue umano non era in grado di prevenire il contagio della malattia. Inoltre, del personale ospedaliero non vaccinato, che prestava servizio presso cliniche per la cura della malattia, pur presentando nel sangue il microrganismo non aveva mai sviluppato la malattia.

A dispetto dell’esistenza di questi paradossi il vaccino venne largamente diffuso e sembrò avere un notevole effetto sull’incidenza della malattia in Gran Bretagna, nel breve periodo che va dal 1940 al 1955. Nel momento in cui la malattia venne studiata prendendo in esame una scala temporale più ampia risultò evidente che il maggior declino della stessa si era verificato fra il 1865 ed il 1875, ancor prima che il batterio venisse isolato: la diffusione della malattia era già in declino di per sé.

L’antitossina venne utilizzata a livello sperimentale, per la prima volta intorno al 1900, in coincidenza con un grande calo dei casi registrati: l’ortodossia, a questo punto, non aveva molto da dire se non che:  “La difterite rimane una malattia molto grave in tutto il mondo. Molti sono i casi che si verificano fra le persone non immunizzate o immunizzate in modo inadeguato”.

Nessun livello di antitossina può dare una protezione assoluta: nonostante questo le attuali raccomandazioni dell’ACIP (Advisory Committee on Immunisation Practice – Comitato Consultivo per le Pratiche di Immunizzazione) prevedono dosi di DT (Difterite/Tetano) a 2, 4, 6 e a 12, 15 mesi, ben prima del completo sviluppo del sistema immunitario e del completamento dei processi di mielinizzazione del sistema nervoso.

TETANO

Il tetano, noto anche come “trisma”, è provocato da un microrganismo che produce una condizione potenzialmente fatale, caratterizzata da una rigidezza muscolare, spasmi dei muscoli dell’apparato respiratorio, asfissia e morte. Questo microrganismo è stato riscontrato nel suolo e nel tratto intestinale di alcuni animali da allevamento ed entra nel corpo umano attraverso una ferita aperta. Il periodo di incubazione varia da 1 giorno a 3 settimane. Il trattamento è molto difficile e richiede l’uso di apparecchiature per la respirazione artificiale, farmaci per il rilassamento muscolare, antibiotici ed antitossine: in breve un inferno per chiunque ne sia colpito.

Dal 1976, negli USA, ci sono stati meno di 100 casi, e la gran parte di questi in individui al di sopra dei 50 anni. Fra il 1982 ed il 1984 si verificarono 9 casi nei bambini, ma nessun decesso venne registrato in persone al di sotto dei 30 anni.
L’adesione al vaccino è di circa il 95% nei bambini in età scolare.

Prima della diffusione su larga scala del vaccino venivano registrati circa 500 casi all’anno. […]

 Questo vaccino ha la stessa natura di quello contro la difterite e si basa quindi su un tossoide. L’iniezione comporta reazioni cutanee di rossore, gonfiore e manifestazione di ascessi in una percentuale che va dal 3 al 13% dei casi: reazioni allergiche sono state segnalate nei casi di richiami ripetuti. Sono attualmente sconosciuti effetti collaterali sul lungo periodo.

La vaccinazione consiste in una serie di 4 vaccinazioni che dovrebbero garantire una protezione di 10 anni: per quanto detto sopra non ci sono dei validi motivi per vaccinare i bambini con questo tossoide, in quanto non sono noti gli effetti collaterali sul loro sistema immunitario in via di formazione. Infatti i bambini al di sotto dei 2 anni non rappresentano una popolazione a rischio tetano, come ampiamente dimostrato dalle ricerche disponibili in letteratura. In ogni caso la prima iniezione non dovrebbe essere fatta prima dei 12 mesi e, successivamente, non prima di 10 anni.

Gravi ferite possono richiedere immuno globuline di tetano prodotte a partire da tessuti di origine umana, che contengono anticorpi al batterio specifico. Queste possono essere recuperate entro 48 ore da qualsiasi grave incidente. Se avete dei dubbi su questo contattate pure uno specialista.

Il tossoide del tetano e le immuno globuline (TIg) possono essere acquistate separatamente da altri vaccini: naturalmente non saprete mai perfettamente che cosa ricevete a fronte della somministrazione di un vaccino. Le attuali raccomandazioni dell’ACIP, nel caso di trattamento per ferite, abbinano stranamente la somministrazione del tossoide del tetano con quello della difterite, piuttosto che un singolo antigene tetanico. Non sono noti attualmente gli effetti della combinazione di questi due tossoidi ed in particolare modo alla luce dell’associazione con conservanti chimici e altre sostanze organiche provenienti dalle colture cellulari di origine animale.

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