IL PARADIGMA VACCINALE: PARTE SECONDA

DALL’OPERA ORIGINALE: LEADING EDGE MASTER ANALYSIS OF VACCINATION PARADIGM

Copyright;1995, 1996, 1997, 1998: Leading Edge Research Group

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SOMMARIO

  • PASSAGGI IN SERIE DI COMPONENTI VACCINALI ATTRAVERSO SUBSTRATI CELLULARI DI ORIGINE ANIMALE
  • LE CONTAMINAZIONI DELLE COLTURE DI VACCINO CON IL VIRUS SV-40
  • L’SV-40: UNA PARTE INTEGRANTE DEI PRODOTTI DELLA INGEGNERIA GENETICA
  • UTILIZZO DEI SUBSTRATI CELLULARI ANIMALI NELLA PRODUZIONE DI VACCINI DESTINATI ALL’UOMO
  • MALATTIE EPIDEMICHE DELLE SCIMMIE
  • VACCINAZIONI E MUTAZIONE GENETICA: TRASFERIMENTO DI PATRIMONIO GENETICO FRA FORME DI VITA DIVERSE
  • TRASFORMAZIONI CELLULARI MALIGNE CAUSATE DA DNA ESTRANEO
PASSAGGI IN SERIE DI COMPONENTI VACCINALI ATTRAVERSO LINEE CELLULARI DI ORIGINE ANIMALE

Secondo il paradigma vaccinale promulgato dalle compagnie farmaceutiche , il passaggio di virus attraverso linee cellulari di origine animale è necessario al fine di ridurre la tossicità del virus verso l’organismo umano. Questa convinzione è però in contrasto con l’evidenza dei fatti.
Per citare un esempio fra i tanti, prima degli anni ’40 ci fu una compagna vaccinale nell’Africa Occidentale, all’epoca sotto il dominio Francese, per l’immunizzazione della popolazione locale verso la febbre gialla. Il virus fu fatto passare attraverso una linea di colture cellulari ottenuta da topi, per ben 258 volte: la preparazione finale venne usata per inoculare 10.000 persone (anno 1944). Ne risultarono più di 100 casi clinici accertati con danni cerebrali (uno su 1.000) e ben 18 decessi (1 su 5.555).

LE CONTAMINAZIONI DELLE COLTURE DI VACCINO CON IL VIRUS SV-40

Nel 1960 si scoprì che milioni di dosi di vaccino antipolio prodotte agli inizi degli anni ’50, a partire da colture cellulari di reni di scimmia, erano infettate dal Simian Virus N. 40 (SV-40), che fu rilevato sia nel vaccino tipo Salk che in quello Sabin. L’SV-40 è resistente agli effetti neutralizzanti della formalina (un adiuvante germicida, ma anche un potente cancerogeno) che accompagna il vaccino. Questo virus fu trasmesso, tramite la vaccinazione, a milioni di persone: ora fa parte del loro patrimonio genetico.

In effetti l’SV-40 è un tipico esempio di “Polioma Virus a DNA”. I Polioma (parola che indica “molti tumori”) Virus sono causa di infezioni continue, in virtù delle quali vengono distrutti i tessuti, si integrano nel patrimonio genetico dell’organismo che li ospita, hanno la capacità di operare mutazioni nelle cellule, possono riprodursi venendo a contatto con un “virus aiutante”, permettono la replicazione separata del genoma virale, possono generare una risposta immunitaria e possono indurre direttamente forme di tumore maligno. È sorprendente come questi virus, in possesso di un patrimonio genetico così limitato, riescano a produrre danni di questa portata.

Con i Polioma Virus diventa praticamente impossibile rintracciare il genoma virale, una volta che questo si integra al patrimonio genetico dell’organismo ospitante. Così essi può ricomparire qualora le cellule modificate si combinino con altre naturalmente predisposte verso il virus SV-40 o altri Polioma Virus.

Non sono stati condotti molti studi statistici (per ovvi motivi di opportunità) atti a determinare i vari effetti collaterali “a lungo termine” della immunizzazione contro la polio: in ogni caso è oramai noto che i vaccini somministrati agli esseri umani prima del 1962 contenevano il virus SV-40. Questo fu documentato in un articolo di “Science”, una rivista della “American Association for the Advancementof Science” – pubblicato nel 1969 -. L’articolo, del dott. Joseph Fraumeni, dal titolo “Simian Virus 40 in polio vaccine: follow-up of newborn recipients”, sostiene che il virus SV-40 aveva contaminato, senza essere rilevato, i vaccini virali prodotti, prima del 1962, con l’utilizzo di colture cellulari provenienti da tessuti renali di scimmia. In realtà il virus fu scoperto, dal dott. Hillmann, ancora nel 1960 e non si è mai capito né il perché di questi due anni di ritardo nel riconoscimento ufficiale, né i successivi anni di silenzio della comunità scientifica internazionale, fino al 1969.
Abitualmente, la parola “contaminazione”, con riferimento particolare ai vaccini, viene definita come qualche cosa di estraneo al processo di produzione”, non permettendo quindi di comprendere il fatto, peraltro inquietante, che il virus SV-40 esisteva in verità nelle colture utilizzate per la sintesi del vaccino antipolio stesso. L’SV-40 è un virus oncogeno.

Secondo quanto riporta l’articolo di Fraumeni, dal 1960 al 1962 il vaccino antipolio fu sommininistrato in varie forme a circa 1077 neonati presso il “Metropolitan General Hospital” di Clieveland, durante uno studio che avrebbe dovuto accertare la possibilità di indurre una immunità di tipo attivo verso la poliomielite in presenza di anticorpi di origine materna. I bambini nati a termine, furono assegnati, con il consenso dei genitori, ad uno dei sei gruppi di studio: 925 bambini ricevettero un vaccino antipolio orale con virus attenuato. Alcuni di questi ricevettero delle dosi massicce di virus SV-40 dopo poche ore dalla nascita. Ai rimanenti 152 venne iniettato un vaccino antipolio inattivato ad alto dosaggio, con una più bassa concentrazione di SV-40 rispetto al preparato orale.

In seguito, tutti i bambini ricevettero delle dosi di richiamo mediante iniezione di vaccino antipolio da virus attenuato o inattivato (o entrambe le tipologie) che presumibilmente conteneva SV-40.

Occorre precisare che sono stati fatti più tentativi, a partire dal 1964, per conoscere la sorte di questi bambini, ma non è stata una impresa certamente facile, dal momento che si trattava sostanzialmente di famiglie disagiate sotto l’aspetto socioeconomico, con una elevata mobilità sul territorio e, non a caso, prevalentemente di razza nera.

Analizzando questa sperimentazione appare evidente l’assoluta mancanza di logica del metodo: innanzitutto lo scopo dello studio era quello di “stabilire la formazione di anticorpi nei neonati vaccinati”, ma, senza tenere conto della definizione stessa di “studio empirico”, non venne utilizzato nessun “gruppo di controllo”, in modo tale da rendere possibile una simile valutazione.

In secondo luogo, le analisi successive furono condotte a stabilire la mortalità, ma non il complessivo stato di salute dei soggetti vaccinati. Inoltre la scheda predisposta per il consenso dei genitori indicava chiaramente come “non ci fossero dei rischi connessi alla sperimentazione”: nulla veniva indicato circa la composizione dei vaccini o la loro pericolosità.

La domanda che sorge spontanea è quindi: – fu negligenza o incompetenza del ricercatore o piuttosto una chiara e consapevole volontà di osservare degli effetti negativi già noti? -. L’evidenza dei fatti fa propendere per la seconda ipotesi come la più credibile: in questo caso saremo di fronte senza dubbio ad un atto criminale.

L’SV-40 è un virus a DNA. Uno studio su questi virus, portato a termine nel 1966 e pubblicato in una edizione del 1967 della rivista “American Journal of Phatology”, dimostra chiaramente la relazione fra questi e il cancro. Questi virus, contenenti DNA, una volta inoculati in animali da laboratorio appena nati, inducevano tumori. In particolare i virus appartenenti al gruppo dei PAPOVAVIRUS, un polioma dei topi, l’SV-40, e tutti gli ADENOVIRUS sono attualmente riconosciuti come agenti oncogeni (cancerogeni), se testati con questo metodo.

In un articolo di M. A. Israel, “Molecular Cloning of Polyoma Virus DNA in E-Coli”, pubblicato sulla rivista “Science” nel 1979, viene descritto l’utilizzo di polioma del DNA nella clonazione molecolare in E-Coli, con l’intento di produrre virus oncogeni. Sono sufficienti dalle 10 alle 20 particelle di polioma per cellula per produrre una forma tumorale. La ricerca individua una caratteristica insolita per questi virus, ovvero il fatto che i tumori che ne derivano sembrano essere esenti da virus, rendendo praticamente impossibile stabilirne la causa virale. Si stima che nel mondo, più di 500 milioni di persone siano state contaminate con il virus SV-40 grazie ai vaccini.

L’SV-40: UNA PARTE INTEGRANTE DEI PRODOTTI DELL’INGEGNERIA GENETICA

Nel produrre una sostanza con l’ausilio dell’ingegneria genetica, un ruolo chiave nel processo è riservato alla sonda, plasmide o vettore, che può essere definito come un tipo particolare di struttura molecolare che permette il passaggio di DNA all’interno del patrimonio genetico dell’organismo utilizzato per produrre geneticamente quella sostanza.

Alcuni degli ultimi ritrovati dell’ingegneria genetica in commercio sono quelli utilizzati nei “vaccini contro l’AIDS”. Molte di queste “sonde vettore” contengono SV-40 o parti di esso, come componenti della propria struttura. L’SV-40 riveste quindi un ruolo attivo molto importante. Passando in rassegna i vari simposi di ingegneria genetica, si scopre la sua importanza come fattore chiave nella ricombinazione dei virus con materiale genetico (ingegneria genetica ricombinante). Grazie alle sue caratteristiche di base, questo derivato è in grado di assimilare con una certa facilità molte altre specie di virus. Nella letteratura scientifica specializzata l’SV-40 viene definito “Plasmide PMV104”, ma non è altro che una escamotage per mascherare la relazione diretta con questo pericolosissimo virus. L’azione di queste sostanze nell’organismo si può paragonare a quella del DMSO (farmaco usato nella cura del cancro), ovvero come quella di un veicolo per il trasporto di altre sostanze all’interno di un sistema cellulare altrimenti ben protetto. Questa può essere una delle ragioni principali che possono spiegare le reazioni avverse e la contemporanea sensibilizzazione verso gli agenti inquinanti presenti nell’ambiente che compaiono dopo una vaccinazione.

A sostegno di questa linea di pensiero c’è un articolo del 6 gennaio 1962, della rivista “Science Newsletter” nel quale si sostiene come i comuni virus presenti nella specie umana agiscano da veicolo nella formazione del cancro grazie alla combinazione con agenti chimici cancerogeni: altri studi hanno confermato questa teoria, secondo la quale, quindi, la presenza di sostanze cancerogene in quantità estremamente basse possono causare la formazione di tumori qualora siano in grado di venire a contatto con particolari virus. Forme tumorali di tipo maligno vennero diagnosticate in una sperimentazione che si basava sull’inoculazione in 5 categorie di topi con virus quali l’ECH09, il B-4, il Coxsackie e il Poliovirus-2. Il report di questa sperimentazione indicava come taluni virus possono “attivare2 altre sostanze cancerogene come DMBA, AF e DBA, oltre alle sostanze chimiche presenti nell’ambiente.

L’UTILIZZO DI SUBSTRATI CELLULARI ANIMALI NELLA PRODUZIONE DI VACCINI DESTINATI ALL’UOMO

Nella nostra cultura medica i medicinali si possono catalogare secondo la seguente distinzione: 1. Prodotti farmaceutici, 2. Prodotti Biologici e 3. Prodotti da Ingegneria Genetica, che includono attualmente sieri, vaccini e derivati del sangue.
Molti vaccini vengono prodotti utilizzando quelli che vengono definiti “CCL” (Continuos Cell Lines), generalmente tessuti di origine animale con specifiche proprietà biologiche che costituiscono il substrato per la produzione di medicinali tramite l’ingegneria genetica (Biotech). In passato, i vaccini venivano prodotti abitualmente a partire da lotti singoli di tessuti animali o da materiali patologici di scarto, di origine umana. La principale caratteristica dei CCL che li rende particolarmente interessanti per l’industria dei vaccini è la loro durata (praticamente infinita) e l’elevata velocità di crescita: i problemi però riguardano la variabilità biochimica dei CCL, biologica e genetica, in termini di produzione di proteine mutanti, DNA potenzialmente cancerogeno e virus contaminanti con il risultato di creare delle predisposizioni verso forme tumorali. J. B. Griffiths, 1988, affermava – “Viene oggi generalmente riconosciuto l’utilizzo dei CCL come substrato per la produzione di sistemi biologici, a patto che il processo produttivo non comporti dei rischi identificabili da attribuire ai CCL stessi. Nello stesso anno, tre medici francesi misero in guardia il mondo scientifico riguardo l’introduzione di plasmidi di DNA nelle cellule dei mammiferi, “dal momento che parte degli elementi genetici regolatori usati nei vettori di espressione (plasmidi) sono spesso di origine virale, la presenza di tali sequenze di DNA nel prodotto (il CCL) finale costituisce a tutti gli effetti un grave fattore di rischio”.

MALATTIE EPIDEMICHE DELLE SCIMMIE CONOSCIUTE

Le scimmie sono state indubbiamente le creature maggiormente utilizzate per la sperimentazione animale di medicinali destinati all’uomo: non sorprende pertanto che nei laboratori di ricerca di tutto il mondo siano aumentati i casi di cancro particolarmente cruenti in questi animali. La rivista “Journal of the American Veterinary Association”, riporta una sperimentazione mascherata da studio sulla malaria, nella quale del sangue umano affetto da leucemia fu iniettato a dei gibboni: si osservò come la diffusione del virus e la gravità delle manifestazioni della malattia aumentassero di pari passo al trattamento di un numero sempre maggiore di animali. Nel periodo 1969-’73 una epidemia di leucemia congenita interessò circa 900 babbuini Amadriadi in una stazione di sperimentazione animale della Georgia Sovietica. Successivamente queste stesse scimmie vennero inviate ai laboratori della Litton Bionetics, presso Kensington (Maryland, USA) dove si raggiunse un tale livello di contaminazione che persino l’NCI (National Cancer Institute) lo definì, in un articolo del “Science Journal” (1979) “Totalmente Irresponsabile”. Altri episodi analoghi vennero alla luce in un altro laboratorio collegato alla Litton, il famigerato Frederick Cancer Research Centre. Nel 1971 ed ancora nel 1973, alcuni ricercatori si dichiararono “sorpresi” per la diffusione di due epidemie di leucemia scoppiate “inaspettatamente” fra dei gibboni, presso il Medical Research laboratory di Seato a Bangkok, in Tailandia.

Dal novembre 1969 allo stesso mese del 1982 si diffuse fra i primati a livello mondiale, una malattia infettiva paragonabile all’AIDS, che si manifestava con i seguenti sintomi: dolori ai linfonodi, ingrossamento della milza, febbre, diarrea, perdita di peso ed infezioni da microrganismi.

Questi scienziati erano perfettamente al corrente del fatto che la trasmissione di un virus da una specie animale, che lo ospita naturalmente, ad un’altra verso cui è estraneo, causa mutazioni genetiche e un forte aumento della virulenza del virus medesimo: essi condussero ugualmente queste sperimentazioni, con totale disprezzo dei rischi per la comunità mondiale. Nel Centro Ricerche sui primati di Beaverton, nell’Oregon, la popolazione di macachi tra il 1978 ed il 1983, contrasse ciò che gli scienziati definirono “l’AIDS delle scimmie”. Il picco più alto dell’epidemia ci fu nel 1980, all’inizio dell’amministrazione Reagan Bush. Tutti conoscono oramai l’incidente di “Ebola” di Reston, raccontato nel libro “The Hot Zone”, [Richard Preston, 1995 – 422 pagine – Anchor Books/Doubleday; ISBN 0385479565].

VACCINAZIONI E MUTAZIONE GENETICA: TRASFERIMENTO DI PATRIMONIO GENETICO FRA FORME DI VITA DIVERSE

Una delle prime indicazioni che le vaccinazioni possono realmente essere causa di mutazioni genetiche della specie umana risultò da una sperimentazione condotta nel 1971 da alcuni scienziati dell’Università di Ginevra, i quali scoprirono come delle sostanze biologiche, entrando direttamente nel sistema circolatorio del sangue avevano la proprietà di diventare parte integrante del patrimonio genetico di quel soggetto. In origine la scoperta riguardava i batteri: dei biologi giapponesi trovarono che batteri di una specie vivente, introdotti per via endovenosa in una specie completamente diversa trasferivano la loro specifica capacità di resistenza agli antibiotici ad altri batteri presenti nella seconda. Il dott. Maurice Stroun e il dott. Philip Anker, del dipartimento di Fisiologia delle piante dell’Università di Ginevra, cominciarono quindi a raccogliere le prove che il trasferimento di informazioni genetiche non era limitato ai batteri ma poteva avvenire anche fra batteri e piante e animali superiori. Come riportato in un articolo di “World Medicine” del 22 settembre 1971 – “gli scienziati ginevrini erano convinti che le normali cellule delle piante e degli animali hanno in comune del DNA e questo poteva venire raccolto da altre cellule presenti nell’organismo in quel momento” -.
Durante un esperimento estrassero gli auricoli del cuore di alcune rane e li immersero per diverse ore in una sospensione batterica; una successiva analisi dimostrò una elevata percentuale di RNA-DNA ibridizzato fra quello estratto dagli auricoli delle rane e quello della sospensione batterica utilizzata: quest’ultimo era stato assorbito dalle cellule animali. Questo fenomeno fu denominato TRANS-CESSIONE. È evidente che questo fenomeno si verifica normalmente anche all’interno del corpo umano: si può immaginare quindi che i danni cardiaci conseguenti ad una febbre reumatica potrebbero essere il risultato di una reazione del sistema immunitario verso le cellule del proprio organismo che producono un RNA complesso estraneo dovuto all’assorbimento di DNA estraneo.

Nella rivista “Science” del 10 novembre 1972, fu pubblicato un articolo in cui si dimostrava la presenza di RNA batterico all’interno di cellule cerebrali di rana dopo una infezione batterica peritoneale. Nell’aprile 1973, la rivista “Journal of Bacteriolology” riportava la scoperta di DNA batterico spontaneamente rilasciato, veniva assorbito nei nuclei cellulari di auricoli di rana. Gli studi di Anker e Stroun indicavano quindi (1) uno spontaneo rilascio di DNA dalle cellule di mammiferi, (2) uno spontaneo trasferimento di DNA da batteri verso organismi superiori, (3) uno spontaneo trasferimento di DNA fra cellule di organismi superiori, (4) un rilascio di RNA dalle cellule dei mammiferi, (5) una attività biologica di forme complesse contenenti RNA.

TRASFORMAZIONI CELLULARI MALIGNE CAUSATE DA DNA ESTRANEO

Esiste l’evidenza che la libera circolazione di DNA estraneo all’interno di un organismo vivente può causare tumori maligni. Nel numero 51 della rivista “International Review of Cytology”, 1977, Anker e Stroun discutevano dei possibili effetti di DNA estraneo verso la trasformazione delle cellule in forme cancerogene maligne. Quando del DNA estraneo viene trascritto in una cellula di un organismo diverso dall’originale, “l’evento biologico è messo in relazione all’assorbimento da parte delle cellule stesse di DNA batterico rilasciato spontaneamente, così da suggerire l’esistenza di DNA circolante. In questo senso è stata postulata la possibilità che il DNA circolante” sia oncogenico.

La scoperta, nel 1975, che i virus cancerogeni presenti negli animali avevano un particolare enzima chiamato TRASCRIPTASI INVERSA, fece diventare la questione ancora più interessante: questo tipo di virus vengono chiamati anche “RNA virus”. Quando un virus presenta l’enzima della trascriptasi inversa nella sua struttura, ha la capacità di sintetizzare elementi di DNA, i quali si integrano facilmente con il DNA delle cellule ospitanti infettate. Alcuni studi del dott. Robert Simpson della “Rutger University”, indicano che anche gli RNA virus non cancerogeni sono in grado di creare DNA anche in assenza dell’enzima della trascriptasi inversa. Il DNA formatosi in tali condizioni viene definito PROVIRUS. È noto che alcuni virus non cancerogeni hanno la possibilità di sopravvivere per un lungo periodo (anni) nelle cellule allo stato di PROVIRUS, senza causare apparentemente alcuna malattia. In altre parole essi rimangono latenti. Alcuni esempi di RNA virus comuni, che non causano di per sé forme cancerogene ma hanno la possibilità di creare PROVIRUS, sono quelli dell’influenza, del morbillo, della parotite e della polio.

Il 22 ottobre 1967, la rivista “British Medical Journal” (BMJ) pubblicò un articolo nel quale alcuni scienziati tedeschi rivelarono come alcuni casi di sclerosi multipla (MS) sembravano essere stati provocatati dalla vaccinazione contro vaiolo, tifo, tetano, polio, tubercolosi e difterite. In precedenza, nel 1965, Zintchenko riportava 12 casi di MS evidenziatasi dopo un ciclo di vaccinazione antirabbica.

Ricordiamo ancora che tra il 1950 e il 1970, milioni di persone in tutto il mondo furono vaccinate, tramite iniezione, con vaccini antipolio contenenti il virus SV-40 derivante da cellule di reni di scimmie contaminate, utilizzate nella coltura dei vaccini stessi. È praticamente IMPOSSIBILE rimuovere i virus animali dalle colture dei vaccini. Ricordiamo inoltre che il virus SV-40 (il quarantesimo virus scoperto nei tessuti di scimmia) è un VIRUS CANCEROGENO.

I programmi di immunizzazione contro influenza, morbillo, parotite e polio sono in effetti una INSEMINAZIONE umana con RNA con formazione di PROVIRUS latenti per lunghi periodi nell’organismo, salvo risvegliarsi in un particolare momento della vita. La sindrome da post-polio è sicuramente un ottimo esempio di questo problema. Altri esempi sono le cosiddette malattie mesenchimatiche e del collagene, come le artriti reumatoidi, le sclerosi multiple e i lupus erimatosi, nelle quali il sistema immunitario crea anticorpi verso i tessuti del proprio organismo, tessuti che sono stati impregnati da materiale genetico estraneo.

Secondo quanto pubblicato in un numero speciale della rivista “Postgraduate Medicine” del maggio 1962, “sebbene un organismo non crei in genere degli anticorpi verso i propri tessuti, sembrerebbe che una lieve modificazione delle caratteristiche antigeniche dei tessuti possa renderli estranei nei confronti del sistema immunitario, giustificando così la formazione di anticorpi specifici. Due anni dopo, nel 1964, vennero condotti alcuni studi sul polioma virus e si dimostrò come il materiale genetico proprio del DNA di tale virus fosse la causa della mutazione maligna di una coltura di cellule embrionali di criceto [Journal of American Medical Association, Nov. 23, 1964].

Anche i comuni virus ritenuti non cancerogeni, inclusi quelli dei vaccini contro il vaiolo e il polio virus 2 possono comportarsi come “agenti cancerogeni”. Questa affermazione trova riscontro in una pubblicazione di “Science” del 15 dicembre 1961, dove troviamo espressamente indicato che “questi comuni virus agiscono da catalizzatori della formazione cancerosa quando vengano somministrati alle cavie in combinazione a composti organici notoriamente cancerogeni ma in concentrazioni troppo basse da poter indurre la malattia se somministrate singolarmente”. Tutto ciò significa che alcune vaccinazioni possono indurre tumori nel caso si realizzi la concomitanza con fattori ambientali sfavorevoli, come possono essere ad esempio il crescente inquinamento industriale, il contatto con prodotti tossici come i pesticidi derivanti da lavorazioni agroalimentari.

Naturalmente queste informazioni vengono tenute nascoste all’opinione pubblica che si chiede il significato di operazioni condotte da organismi come la FDA, l’EPA e le industrie agro alimentari consistenti nell’approvare sia prodotti di consumo alimentare contenenti quantità minime di inquinanti che emissioni controllate degli stessi da parte delle industrie in genere (nell’acqua e nell’aria). Queste correlazioni NON SONO RESE PUBBLICHE, per proteggere l’industria Chimica, per la stessa sopravvivenza dell’NCI e della sempre più crescente “Industria del Cancro”, la quale continua a promuovere in modo fraudolento le pubbliche donazioni, giustificando così la propria esistenza.
D’altra parte è stato ammesso che la vaccinazione antipolio ha causato il 100% dei casi di polio negli USA dal 1980 e la maggior parte dei casi di polio paralitica fin dal 1972 [“Science”, 4 aprile 1977]. L’ipotesi più agghiacciante è che i vaccini Salk e Sabin, prodotti da colture cellulari di tessuti renali di scimmia, siano stati anche responsabili del maggiore incremento di casi di leucemia.

Partendo dalla considerazione che tali conoscenze sono oramai acquisite da più di 20 anni negli ambienti scientifici, l’uso di virus, batteri ed in genere di colture cellulari derivanti da tessuti animali per le campagne di vaccinazione di massa costituisce una esposizione al rischio creata INTENZIONALMENTE. Gli effetti finali sulla mappa di genotipi originali della specie umana è difficilmente valutabile, ma sicuramente l’esito non potrà essere che NEGATIVO. Permettere l’inseminazione di provirus latenti negli organismi umani in modo consapevole non può significare altro che creare un “mercato per il futuro” alle case farmaceutiche: questo è un reato di proporzioni incommensurabili, un GENOCIDIO, un CRIMINE CONTRO L’UMANITA’.

La presenza di virus latenti e di proteine estranee nell’organismo umano e la loro relazione con malattie croniche e degenerative fu indicata anche dal dott. Robert Sympson della Rutger University, nel 1976: durante un seminario della American Cancer Society, rivolgendosi ai congressisti disse: – “questi provirus potrebbero essere definiti come delle molecole alla ricerca di una malattia” -. Il dott. Wendell Winters, un virologo dell’università della California, parlando delle vaccinazioni, disse: – “le immunizzazioni possono causare mutazioni nei virus lenti e nei meccanismi del DNA” -.

Sebbene le cellule “ospitanti” funzionino più o meno bene in condizioni normali possono improvvisamente iniziare a sintetizzare proteine virali sotto l’influsso di DNA virale, creando le premesse per lo sviluppo di malattie autoimmunitarie , incluse quelle del sistema nervoso centrale che purtroppo stanno caratterizzando con sempre maggior peso lo scenario dei comportamenti socialmente alterati.

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