IL PARADIGMA VACCINALE: PARTE TERZA

DALL’OPERA ORIGINALE: LEADING EDGE MASTER ANALYSIS OF VACCINATION PARADIGM

Copyright;1995, 1996, 1997, 1998: Leading Edge Research Group

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SOMMARIO

  • ALCUNE CONSIDERAZIONI
  • IL RISULTATO FINALE E IL PARADIGMA DI FONDO
  • LA ROSOLIA
  • ORTODOSSIA DELLA ROSOLIA
  • ORTODOSSIA DELLE RELAZIONI AVVERSE DEL VACCINO ANTIROSOLIA
  • MORBILLO
  • I COFATTORI PER LO SCONVOLGIMENTO DEL SISTEMA IMMUNITARIO
ALCUNE CONSIDERAZIONI

Molti dei vaccini orali antipolio (OPV) prodotti nel mondo sono preparati utilizzando substrati cellulari di cellule renali provenienti da scimmie verdi dell’Africa, almeno da 30 anni a questa parte. Fu lo stesso Albert Sabin a scoprire il virus SV-40 nel vaccino antipolio. Perché lo tenne nascosto?

La prima campagna di vaccinazione di massa con antipolio orale avvenne in Ruwanda e parte del Congo Belga nord est (Zaire) nel periodo 1957-’58. Più di 250.000 individui ricevettero il vaccino. Oggi quest’area è nota per la forte espansione dell’AIDS.
Lo stesso OPV, prodotto dal Wistar Institute di Philadelphia, venne usato a Leopoldville (l’attuale Kinshasa nello Zaire, la zona in cui è apparso per la prima volta l’HIV), capitale del Congo Belga. Curiosamente, lo Zaire fu anche teatro dell’epidemia di Ebola del 1995.
In Ruwanda si è consumato uno dei più cruenti genocidi di massa, perpetrato dalla aberrante mentalità delle tribù dei Tutsi e degli Hutu, con circa 250.000 morti, perlopiù fatti a pezzi e smembrati: 1994. C’è da chiedersi se una tale aggressività non possa essersi scatenata come una conseguenza di patologie di natura encefalitica in generazioni sulle quali sono stati riversati carichi di virus da vaccini sperimentali.
Nel 1967, 31 tra tecnici e addetti di laboratorio contrassero il Marburg virus dopo aver lavorato con tessuti provenienti da scimmie verdi africane, contenenti anche il simian virus 40 (SV-40) ed altri organismi tossici la cui procedura di identificazione risultava troppo onerosa, come ad esempio il simian herpes (B virus).

Dobbiamo ricordare che l’SV-40 è stato collegato a varie forme di leucemia e a malattie degenerative del cervello.
Il vaccino contro la febbre gialla è ottenuto da embrioni di pollo contaminati con Leucosi aviaria, un retrovirus cancerogeno dei polli. Nel 1986 l’Organizzazione Mondiale della Sanità comunicava che era possibile permettere il fatto che i vaccini contenessero la leucosi aviaria dal momento che era estremamente difficile ottenere embrioni di pollo esenti da questo retrovirus.

Il 20 agosto 1987, la rivista Nature annunciava, a pag. 660, la scoperta di un nuovo vaccino contro la lebbra ottenuto dagli armadilli, aggiungendo che questi prodotti contenevano “proteine estranee”, DNA e “retrovirus non ancora noti che potrebbero causare effetti dannosi postumi”.

IL RISULTATO FINALE E IL PARADIGMA DI FONDO

Quando si prende in considerazione il fatto che molti virus, fra i quali il citomegalovirus (CMV), sono virtuali parassiti di ogni specie animale, che la principale caratteristica di questi è lo stato di latenza nel quale essi esistono dopo la guarigione dall’infezione primaria e che possono essere nuovamente attivati nell’organismo (in vivo) grazie all’effetto di svariati stimoli (in modo particolare le sostanze chimiche presenti nell’ambiente, come ad es. i derivati del petrolio, o sostanze tossiche come l’eroina, la cocaina, nitrati e nitriti, altri vaccini o proteine estranee, tossine, batteri o virus), allora comprendiamo come l’utilizzo di substrati cellulari di origine animale nel ciclo produttivo di un vaccino destinato all’uomo sia da ritenere una negligenza criminale, senza contare il fatto – altrettanto criminale – che l’iniezione di tossine e proteine estranee direttamente nel sangue bypassa sistematicamente il sistema delle difese naturali dell’organismo stesso.

L’evidenza dei fatti suggerisce l’ipotesi che questo sistema metodico sia stato creato appositamente ed in modo selettivo per trasferire determinate malattie, la cui diagnosi risulta estremamente difficile e lunga, da specie animali verso la razza umana. Potremo definire questa operazione in diversi modi:

  • Come un metodo per il controllo delle popolazioni, al fine di “eliminare” quelle indesiderate.
  • Produrre malattie specifiche e quindi ricavarne profitti dai trattamenti i quali, a loro volta, sono altrettanto letali della malattia medesima,

decidete voi! Vi sembra esagerato? Allora facciamo un esempio pratico: pensate alla Burroughs Wellcome Company, una compagnia inglese, che produce contemporaneamente il “Popper” (una droga), un amilnitrato che ha la capacità di distruggere il sistema immunitario, usato in particolare nelle pratiche omosessuali estreme e pubblicizzato come “rinfrescante d’aria”, e l’AZT, uno dei cocktail di farmaci più utilizzati nel trattamento dell’AIDS, una tossina mortale per le cellule come pure un distruttore del sistema immunitario dei pazienti trattati.
È interessante notare quindi come,

  • Gli esseri umani abbiano ricevuto virus di origine animale tramite i vaccini,
  • Che i virus (incluso il CMV) sono presenti nella sindrome da immunodeficienza umana (AIDS),
  • Che è noto come tali virus, come pure le componenti virali, sono oncogeni e possono provocare tutti i sintomi caratteristici dell’AIDS
  • Che questa patologia è comparsa fin dagli anni ’40 (quando le colture cellulari del vaccino antipolio vennero contaminate per la prima volta con il virus SV-40 – utilizzato come veicolo genetico in tutti i prodotti biotecnologici che hanno come componenti delle particelle virali),
  • Che il fatto era ben noto nel campo medico ma fu tenuto nascosto all’opinione pubblica,
  • Che le stesse persone che controllano politicamente le compagnie farmaceutiche, biotecnologiche e produttrici di vaccini controllano pure la classe dirigente medica e beneficiano dei fondi raccolti a scopo benefico (come l’American Cancer Society, ecc.) per “malattie” che non si riesce mai a guarire, …

… pensando a tutto questo, possiamo delineare un quadro sufficientemente chiaro di una cospirazione che vale trilioni di dollari. Questo è realmente il risultato finale.
….

Passiamo ora a valutare alcuni aspetti storici di questo problema. In accordo con quanto ci riporta il dott. William Kock, l’incidenza della polio negli anni ’50 assunse le caratteristiche di una piaga dilagante, con un incremento del 400%, a fronte di un uso massiccio di iniezioni con siero, vaccini e penicillina. In aggiunta, un ulteriore impulso alla diffusione della malattia in quegli anni va attribuito, come suggerito da diversi ricercatori medici, al crescente consumo di massa di prodotti a base di zucchero raffinato. Questa sostanza è estremamente pericolosa per l’organismo e creò le condizioni ottimali per lo sviluppo dell’epidemia prima del suo arrivo. Il fatto fu rivelato nel 1948, dal dott. Sandler al Veteran’s Administration Hospital, in North Carolina; la diffusione di questo annuncio, che venne parzialmente censurato dopo la sua prima versione, portò ad una sorprendente riduzione dell’incidenza della polio di ben il 90%. In seguito la popolazione ritornò alle precedenti abitudini alimentari e automaticamente l’infezione ritornò prepotentemente a colpire. Il dott. Sandler venne quindi definitivamente censurato.

Tra il 1977 ed il 1980, un articolo apparso in una delle più prestigiose riviste mediche riportava dettagliatamente lo sforzo di raccogliere 10 milioni di dollari per premere sull’Istituto Superiore di Sanità Americano affinché non venisse rivelato all’opinione pubblica, tramite apposite informazioni che dovevano comparire sulle etichette delle confezioni, che la combinazione di sale e zucchero all’interno di tutti i cibi precotti avrebbe causato danni nella replicazione e nella struttura di DNA e RNA negli organismi umani. Questo tipo di informazioni non arrivarono mai a destinazione, dal momento che il sistema sanitario poteva raccogliere enormi profitti in “polio dollari”, in una tacita collaborazione con il Dipartimento dell’Agricoltura ammanicato con le industrie alimentari, gli zuccherifici, le industrie farmaceutiche e l’FDA, senza parlare di altre agenzie di collaborazione e dell’intera comunità politica.

Questa situazione continuerà almeno fino al momento in cui l’opinione pubblica non riuscirà a risollevarsi dal suo stato di torpore e riuscirà a portare davanti ad una vera giustizia tutti quelli che sono coinvolti a vario titolo in un vero e proprio crimine contro l’umanità.

LA ROSOLIA

La rosolia è una malattia infettiva piuttosto innocua (benigna) causata da un virus. La maggior parte della popolazione contrae la malattia come un fatto naturale e sviluppa un’immunità permanente per effetto del virus, senza dover ricorrere al paradigma dell’immunizzazione sintetica ottenibile mediante l’iniezione di componenti virali. Gli effetti collaterali dovuti al contatto naturale con il virus sono estremamente rari, sebbene, la contrazione della malattia da parte di una gestante durante i primi tre mesi di gravidanza, possa provocare malformazioni genetiche nel feto.
Quest’ultimo fatto costituisce il pretesto per giustificare la vaccinazione che fu introdotta per la prima volta nel 1969, anche se ci sono delle indicazioni evidenti per cui non tutte le donne in gravidanza ed esposte a contrarre il virus partoriscono poi bambini con difetti congeniti.

È stato stimato che dal 1980 siano state iniettate negli USA ben 83,000,000 di dosi di vaccino antirosolia, il numero di casi della malattia segnalati essendo rimasto stabile a circa 30/40 per anno, su una popolazione di circa 250,000,000 di individui. A dispetto dell’uso del vaccino il numero di queste infezioni è rimasto pressoché inalterato, indicando di conseguenza l’anomalia del paradigma.

In accordo con le statistiche, sembra quindi che il vaccino antirosolia sia del tutto inutile per l’eradicazione della malattia. Inoltre sappiamo che in certi casi l’infezione è ricomparsa più volte in soggetti sottoposti alla vaccinazione stessa, come pure è noto che l’uso di questo vaccino ha spostato l’età della comparsa della malattia verso i 15 anni ed oltre, con maggiori problematiche per il suo decorso positivo.

I primi segni dell’intolleranza umana al vaccino antirosolia appaiono subito dopo la sua introduzione, nel 1969. Infiammazioni cutanee e disturbi del sistema linfatico, episodi transitori di artriti nei bambini sono stati documentati, come pure dolori ai polsi, mani e ginocchia. Nel 1970 il Ministero della Sanità americano rivelava come il 26% dei bambini che avevano ricevuto la vaccinazione antirosolia, durante i programmi sperimentali nazionali, avevano sviluppato artrlalgia e artriti. Molti di questi dovettero ricorrere a cure mediche ed alcuni furono ricoverati con sospetti febbri reumatiche ed artriti reumatoidi.

Nel New Jersey, lo stesso programma di vaccinazione sperimentale, dimostrò che il 17% dei bambini vaccinati avevano sviluppato artralgia ed artriti. È stato stimato che 340,000 bambini di questo stato furono resi zoppi in seguito alla vaccinazione. Lo stesso Ministero (HEW, Health, Education and Walfare U.S. Department) ammise anche che nel 1969, prima dell’introduzione del vaccino, solo 87 casi di rosolia congenita erano stati riportati in tutti gli USA, di cui 12 nello stato del New Jersey.

Nel 1972 furono riportati 36 casi di bambini con infiammazioni nervose e del midollo spinale in conseguenza di una campagna di vaccinazione di massa contro la rosolia. La più alta incidenza di questi problemi neurologici fu riscontrata nei bambini in età prescolare e i tempi di apparizione delle patologie arrivavano fino ai 42 giorni dopo l’iniezione con qualsiasi tipologia di vaccino antirosolia. Le analisi di laboratorio confermarono sostanzialmente la presenza di una anormale velocità di trasmissione nervosa.
Problemi ricorrenti alle giunture in bambini di 6/8 mesi comparivano dopo (da due a sette settimane) che questi avevano ricevuto il vaccino antirosolia HPV-77, ottenuto da colture renali di cane, con attacchi ricorrenti di durata variabile da uno a sette giorni e ad intervalli da uno a tre mesi.

Come accade per tutti gli altri vaccini, anche in questo caso l’iniezione del vaccino bypassa le naturali barriere difensive dell’organismo e, ancora una volta, il paradigma che la vaccinazione di un gruppo di bambini in età pre puberale previene la diffusione della malattia (rosolia) non è valido. Nel 1971 ci fu un’epidemia di rosolia che interessò più di 1000 bambini sia in età prescolare che delle classi elementari, nel Casper (Wyoming). Più dell’83% dei bambini delle elementari e del 52% di quelli in età presolare erano stati vaccinati contro la malattia. Questo è uno dei casi, ben noti, in cui abbiamo la comparsa dell’infezione dopo l’introduzione del vaccino specifico che, come tanti altri, non ha mai fatto notizia, semplicemente perché una simile propaganda va contro gli interessi dei cosiddetti “poteri forti”. Evidentemente non è considerato etico dalla classe medica il riportare casi che potrebbero avere dei riflessi negativi sulla categoria. Stranamente viene considerato ETICO nascondere dati sintomatologici indicativi dei rischi connessi a questa pratica, dati la cui conoscenza non potrebbe produrre altro che benefici alla popolazione.

Incredibilmente la classe medica insiste nel voler vaccinare persino le donne in gravidanza con il virus della varicella, a dispetto del fatto che tali soggetti sono da sempre visti come un gruppo “ad alto rischio” qualora ne venissero esposte: tra il 1979 ed il 1982 ci fu una grande attività negli USA per la vaccinazione antirosolia delle donne in età da gravidanza. Curiosamente ci fu un contemporaneo incremento dei casi di sindromi da rosolia congenita nelle stesse donne fra il 1981 ed il 1982.

Nel 1975 una prestigiosa rivista del settore pubblicò un articolo riguardo l’esperienza generale con il vaccino antirosolia dal momento della sua introduzione, nel 1969. In questo articolo si rivendicava un declino dei casi riportati di rosolia e di sindrome da rosolia congenita e come il vaccino era in grado di proteggere dalla malattia. Curiosamente, nello stesso, si ammetteva che i soggetti vaccinati potevano nuovamente ammalarsi di rosolia e che c’era una “piccola ma significativa incidenza” di reazioni avverse e un “potenziale” rischio per le donne vaccinate durante la gravidanza. Il fatto che questi ipotetici esseri umani “intelligenti” non capiscano che in realtà stavano contraddicendo il loro stesso paradigma è assolutamente incredibile, specialmente sapendo che un’infezione naturale da rosolia è quasi sempre benigna e conferisce una migliore immunizzazione rispetto al vaccino, tantopiù che la vaccinazione non è giustificata nei bambini piccoli in quanto dispongono di un sistema nervoso non ancora sviluppato e che sono estremamente sensibili alle sostanze tossiche presenti in questi preparati.

Il virus della rosolia è stato rilevato nei leucociti periferici del sangue due anni dopo la vaccinazione (iniezione): molti soggetti sono sieropositivi (al virus della rosolia) anche dopo 8 anni dalla vaccinazione. Uno studio del 1985 che riguardava i meccanismi dell’insuccesso della vaccinazione in Canada, ne concludeva come c’era “una generalizzata mancanza di comprensione riguardo alla natura ed al significato di risposte immunologiche alterate causate dai programmi di vaccinazione antirosolia”.

Nonostante tutto la vaccinazione continua!

Nel 1983, il “National Advisory Committee on Immunization” in Canada raccomandava che “il vaccino contro la rosolia doveva essere somministrato in modo routinario a tutti i bambini, di entrambi i sessi, al compimento dei 12 mesi o, in ogni caso, successivamente al più presto possibile, preferibilmente in combinazione con i vaccini contro morbillo e parotite. Doveva inoltre essere somministrato a tutte le ragazze adolescenti e a tutte le donne in età di gravidanza. Non sono noti effetti avversi conseguenti la somministrazione del vaccino a donne immuni.” Nello stesso documento il vaccino era controindicato per le donne in gravidanza.

Questi suggerimenti sembrano proprio contenere un pieno disprezzo verso le conoscenze scientifiche. Quando una persona viene iniettato con questi vaccini, caricati con proteine estranee, particelle virali di origine non umana e sostanze cancerogene, e queste sostanze restano in circolazione in modo latente nell’organismo per anni, non è forse persona ad un potenziale e gravissimo rischio, anche nei confronti di una futura procreazione? Naturalmente queste cose vengono sistematicamente occultate e l’opinione pubblica rimane ferma, muta e ipnotizzata da questo incredibile gergo pseudo-scientifico. Ci chiediamo il perché di tanta enfasi nel voler vaccinare le donne quando, nello stesso momento, si ammette la loro estrema esposizione alle reazioni avverse – a meno che i più elevati gradi della comunità medica, che conoscono gli effetti delle particelle virali latenti, ciò che contengono i vaccini eccetera, non stiano deliberatamente cercando di provocare malattie degenerative a lungo termine nelle generazioni future, in modo tale da assicurare l’esistenza nel tempo del paradigma medico pseudo-scientifico nato nel 19° secolo.

Nel 1984, in Australia, venne condotto uno studio sull’impatto della vaccinazione contro la rosolia che indicava come dopo 13 anni di trattamento ci fosse un notevole incremento nella proporzione di donne in gravidanza siero-positive verso la rosolia. La vaccinazione antirosolia delle ragazze dai 12 ai 14 anni iniziò nel 1971. È interessante notare come lo studio indica nel 61% la percentuale di ragazze che erano già immuni verso la malattia prima della vaccinazione come pure il 76% dei maschi, fra i 18 e i 23 anni. L’iniezione deliberata di vaccino non era quindi giustificata ma fu fatta lo stesso. In un altro studio del 1983, condotto sul personale ospedaliero (medici, infermieri ed altro personale addetto ai servizi sanitari) indicava una media del 53% di non vaccinati contro la rosolia: più del 22% dei medici e più del 9% delle ostetriche scelsero di non vaccinarsi: che fossero a conoscenza di particolari che, in generale, l’opinione pubblica ignora?

Nel 1991 si stabilì una chiara correlazione fra il virus della rosolia, contratto per via naturale o tramite vaccinazione, e la sindrome da affaticamento cronico (CFS). Provate a spiegarlo alle centinaia di milioni di persone infettate dal vaccino! Ancora nel 1991, l’Istituto di Medicina americano rilasciò un rapporto sulle reazioni avverse dei vaccini antipertosse e antirosolia, dove si stabiliva una “relazione casuale” fra il vaccino contro la rosolia e la manifestazione di artriti acute nel 13-15% delle donne in età adulta. Nonostante ciò, il rapporto concludeva con la frase “l’evidenza di questi fenomeni non fornisce delle stime attendibili riguardo ad un rischio eccessivo di artrite cronica conseguente alla vaccinazione antirosolia”. RISCHIO ECCESSIVO? Per quale motivo prendersi comunque qualsiasi tipo di rischio? Il vaccino MMR (measles – mumps – rubella, ovvero morbillo – parotite – rosolia) continua ad essere somministrato e continua a creare seri problemi. Nel 1991, la rivista Doctor Weekly, riportava il caso di due bambini con sindrome da rosolia congenita (CRS), nati da madri vaccinate in età giovanile con lo stesso vaccino.

L’ORTODOSSIA DELLA ROSOLIA

Premessaquando parlano di Ortodossia gli autori si riferiscono a quanto la scienza ufficiale riporta in merito alla definizione della malattia, alle sue conseguenze e ai “pregi” della vaccinazione, una sorta di legittimazione del vaccino che serve, in definitiva, per una tranquilla accettazione del prodotto da parte dei genitori i quali sono guidati in questa “scelta” (quando possono) dalla convinzione che ciò rappresenti un “bene” per i propri figli. La conoscenza di queste definizioni è necessaria per poter comprendere la struttura del paradigma vaccinale e quindi per poterlo confutare a ragion veduta. (n.d.t.)
Secondo la descrizione immunologica standard “l’infezione da rosolia può essere associata con una significativa morbosità in età adulta ed è associata ad un elevato grado di danni o anomalie dei feti se contratta dalle donne nei primi mesi di gravidanza. Dato che non c’è evidenza che i soggetti, vaccinati precedentemente o che abbiano contratto già la rosolia, siano esposti al rischio di reazioni sistemiche o locali dal ricevere il vaccino della rosolia vivo, non si rendono necessari i test preventivi atti a stabilire la necessità o meno della vaccinazione stessa”. Naturalmente una dichiarazione del genere è quantomeno incauta se non infondata e costituisce, alla luce dei fatti, una vera e propria frode.

ORTODOSSIA DELLE REAZIONI AVVERSE DEL VACCINO ANTIROSOLIA

“I vaccini possono sviluppare reazioni avverse che vanno da una lieve febbricola, alle infiammazioni cutanee e alle linfoadenopatie.
Si stima che circa il 40% dei vaccini utilizzati, in gran parte sperimentali, siano associati a patologie di vario genere. Antralgia e artriti transitorie sono quelle segnalate con maggiore frequenza e tendenzialmente con maggiore sensibilità nelle donne piuttosto che nei bambini. Si lamentano neuriti periferiche transitorie, come parestesie e dolori alle braccia ed alle gambe. Il rischio di contrarre tali patologia non aumenta nel caso di persone già immuni all’atto della vaccinazione.

Il virus del vaccino non si trasmette dalle persone vaccinate verso le gestanti con le quali possono venire in contatto. Il vaccino contro la rosolia non dovrebbe essere somministrato a donne in gravidanza, né una donna dovrebbe entrare in gravidanza nei tre mesi successivi alla vaccinazione a causa del rischio teorico di sviluppare il feto durante lo sviluppo dell’infezione causata dal vaccino.
In base a studi americani ed internazionali, il Ministero della Sanità degli Stati Uniti ha stabilito che il rischio di malformazioni nel feto associato alla vaccinazione è talmente basso da essere considerato “trascurabile”.

La somministrazione del vaccino antirosolia durante la gravidanza non costituisce normalmente una ragione per interrompere la gravidanza.
La risposta verso il vaccino antirosolia da virus vivo può essere più elevata in soggetti affetti da malattie da immunodeficienza e grazie alla soppressione della risposta immunitaria che si verifica nei casi di leucemia, linfoma, e in generale di malattie tumorali maligne, terapie con cortisonici, anti metabolici e radiazioni. I pazienti che si trovano in tali condizioni non dovrebbero essere vaccinati con il vaccino antirosolia.

MORBILLO

Il morbillo è una malattia virale a carattere universale che è presente in ogni parte del pianeta. È caratterizzata da un’infezione auto limitante di breve durata, di moderata gravità ed estremamente poco fatale ed ha mantenuto un equilibrio biologicamente stabile notevole nel tempo. Il periodo che intercorre fra la prima esposizione e l’apparire dei sintomi è di circa 10 giorni. I tratti caratteristici dell’infezione da morbillo sono lo sviluppo sia di cellule multinucleari giganti che di cellule epiteliali giganti (che si manifestano nel rivestimento dell’apparato respiratorio) che vengono definite anche cellule reticoloendoteliali giganti. Questo fenomeno interessa generalmente i tessuti linfatici, incluse le tonsille, i linfonodi, il timo e la milza, fino a 5 giorni prima dell’apparire delle infiammazioni cutanee caratteristiche (chiazze rosse). Il secondo stadio della malattia è caratterizzato dalla presenza di queste chiazze rosse che compaiono circa 14 giorni dopo l’esposizione, prima sul tronco per poi estendersi alle estremità inferiori. Queste chiazze quindi sono destinate a dissolversi e scomparire nel giro di due o tre giorni dopo la loro comparsa, quando gli anticorpi prodotti in grande quantità vengono eliminati dalla circolazione sanguigna. La fase acuta della malattia dura all’incirca 7 giorni. Circa il 90% dei soggetti affetti dalla malattia avevano, prima dell’introduzione del vaccino, dai 5 ai 9 anni. Fino al 1955, prima dell’introduzione del vaccino, la mortalità da morbillo era scesa del 97.7% e la malattia stava scomparendo.

Molti bambini contraggono l’infezione prima della pubertà. Molti studi sono stati fatti riguardo all’epidemiologia del morbillo: uno di questi riguarda il modello comportamentale della malattia a Baltimora (Maryland, USA) nel periodo 1900-1931. Le conclusioni di questo lavoro furono che se il 68% dei ragazzi di età inferiore ai 15 anni era immune al morbillo, allora non si verificava alcuna epidemia. Questo rappresenta fondamentalmente il concetto che presiede alla “immunità di gregge”. È interessante notare che, a dispetto del fatto che negli USA il vaccino contro il morbillo è stato somministrato al 98% della popolazione, le epidemie di questa infezione si susseguono ad intervalli regolari di tre o quattro anni, senza essere influenzate dalle campagne di vaccinazione. Il fatto che queste epidemie avvengano nonostante la copertura vaccinale del 98% significa che questa vaccinazione è inefficace e, ancora una volta, una vera e propria FRODE. Per quale motivo, poi si continua a promuovere la vaccinazione dal momento che si rivela inutile? Perché continuiamo ad avere regolarmente delle epidemie di morbillo? Perché questa vaccinazione viene fatta in primo luogo?

I CO-FATTORI PER LO SCONVOLGIMENTO DEL SISTEMA IMMUNITARIO

È ben noto il fatto che l’infezione naturale del morbillo è una tappa fondamentale nella maturazione del sistema immunitario umano. Per quale motivo qualcuno dovrebbe creare un vaccino per fermare o ritardare questa importantissima fase di sviluppo del nostro sistema immunitario acquisita attraverso una infezione naturale che causa una malattia lieve?

Diverse tipologie di vaccino furono introdotte dal 1963, con l’intento di prevenire il morbillo contratto naturalmente: tra questi vi erano quelli prodotti con virus vivo attenuato e con virus “disattivato” con formalina. Questi vaccini furono somministrati a quasi 1,000,000 di persone fra il 1963 ed il 1967. Poco tempo dopo l’introduzione di questi vaccini, i bambini trattati cominciarono a sviluppare una forma di morbillo atipico, da una parte una forma particolarmente subdola, resistente al trattamento e dall’altra una forma leggera con lo sviluppo di chiazze rosse minuscole o addirittura senza chiazze. Queste forme atipiche hanno l’effetto di provocare malattie croniche di tipo degenerativo, incluso il cancro. È curioso notare come i pazienti affetti da cancro sembrano aver avuto nella loro storia una incidenza di malattie infettive particolarmente bassa.

Nel 1985, altri studi misero in evidenza la correlazione fra il morbillo senza chiazze rosse con l’incremento dell’incidenza di malattie degenerative e di malattie autoimmunitarie.

In uno studio interessante, iniziato nel 1961 a Cincinnati, vennero seguiti 386 bambini ai quali era stato somministrato in tre dosi successive un vaccino contenente virus uccisi di morbillo. Di questi 386 bambini, 125 furono esposti al virus naturale: 54 dei 125 svilupparono comunque la malattia.

Uno studio del 1967 descriveva la manifestazione di morbillo atipico in 10 ragazzi che avevano ricevuto un vaccino da virus di morbillo disattivato dai 5 ai 6 anni prima. Nove di essi svilupparono polmonite che si rivelò resistente a qualsiasi trattamento. Reazioni avverse gravi si manifestarono inoltre nei bambini in cui veniva iniettata una prima dose di vaccino con virus disattivato e la seconda con virus vivi. Nonostante i continui episodi di reazioni avverse, sia locali che sistemiche al vaccino, e la ovvia mancanza di efficacia, gli ufficiali sanitari continuavano a dichiararne la sicurezza e l’efficacia. FRODE E NEGLIGENZA CRIMINALE!

Le autorità sanitarie hanno sempre respinto i rapporti che dimostravano il fallimento della vaccinazione, e hanno definito il morbillo atipico come causato da una cattiva conservazione dei lotti o da una vaccinazione troppo precoce.
Già nel 1973 i rapporti che descrivevano i gravi disordini neurologici dovuti al vaccino contro il morbillo cominciarono a fiorire in gran numero. In uno di questi venivano descritti 80 casi che si manifestarono all’incirca 30 giorni dopo la vaccinazione. Il fatto che 45 di questi bambini avessero avuto problemi neurologici tra i 6 e i 15 giorni dopo l’iniezione fu l’indizio per dimostrare che non era un “caso” l’associazione di questi disturbi con la vaccinazione. Infatti, questo periodo di due settimane sembra si possa applicare anche alle vaccinazioni DTP e alla vaccinazione antipolio, per quanto riguarda la risposta sintomatologica. Questo è il vero motivo per cui si è stabilito di istituire un periodo limitedi monitoraggio per le reazioni avverse da vaccino, per evitare proprio il periodo stesso in cui queste reazioni si manifestano!

Il vaccino contro il morbillo può generare condizioni patologiche estremamente gravi, come l’atassia (perdita di coordinazione), ritardo mentale, iperattività, meningite asettica, attacchi apoplettici, paralisi ed encefaliti generalizzate. È opinione generale che, durante un processo encefalitico, la mielina che riveste i nervi venga distrutta, trasformandosi in un antigene, intensificando i processi infiammatori, anche se il meccanismo non è stato ancora ben compreso. Prima del 1900 le encefaliti erano quasi trascurabili nel panorama delle malattie infantili.
Quella parte di potere occulto che ha il controllo sociale e che si è “autoproclamata Autorità Sanitarie” continua a promulgare i benefici della presunta protezione conferita dalle vaccinazioni ed è completamente indifferente al fatto che epidemie di morbillo continuano sostanzialmente a colpire i bambini vaccinati. Dal 1970 anche gli adulti hanno cominciato a contrarre questa malattia senza apparenti motivazioni. Questo non era mai accaduto prima dell’introduzione del vaccino contro il morbillo.

Nel 1978, il segretario del Ministero della Sanità americano annunciò “un nuovo sforzo per liberare gli USA dal morbillo fin dal 1981” e, di conseguenza, venne lanciata una nuova campagna vaccinale. Ricordiamo ancora che l’età tipica dei pazienti affetti da morbillo, prima dell’introduzione del vaccino, andava dai 5 ai 9 anni. Dopo l’introduzione del vaccino, il 64% dei soggetti colpiti aveva più di 10 anni. L’età media durante l’epidemia di morbillo che ci fu nell’Università della California era stata di 20/24 anni, di cui il 91% era stato vaccinato contro la malattia. Dopo il famoso 1981, di cui sopra, gli USA vennero colpiti ripetutamente da epidemie di morbillo, grazie alle rinnovate campagne di vaccinazione e le epidemie maggiori si verificarono proprio nelle comunità completamente vaccinate e tra l’altro con morbillo atipico. Grazie a queste iniziative adulti e bambini sotto i due anni contrassero il morbillo. Inoltre, i programmi di vaccinazione obbligatoria contro il morbillo vennero sempre condotti con vaccini che si erano rivelati inefficaci durante le precedenti epidemie. Come accaduto in altre circostanze simili, le autorità sanitarie ricercarono una soluzione semantica a questo paradosso. Nel 1984 dichiararono: – “un bambino che si trova in uno stato di sensibilizzazione immunologica, ma non è ancora immune, è per così dire in uno stato di immunizzazione inadeguata”. Non è divertente? Si risponde al fallimento di un vaccino e al conseguente fallimento del concetto stesso di vaccinazione, chiedendo di vaccinare di più. Questa logica circolare permane ancora oggi, grazie anche al fatto che la gente non riesce a contrastarla unendosi per dire, una volta per tutte, BASTA!

Nel 1985, le stesse autorità sanitarie ebbero l’audacia di dichiarare: – “non è stata dimostrata una trasmissione della malattia nelle comunità completamente vaccinate” – e poi ancora – “la causa principale del fallimento dell’obiettivo della completa eradicazione del morbillo sembra essere il fatto che alcune persone, per le quali il vaccino era indicato, non erano state vaccinate”. Questo era naturalmente una deliberata menzogna. Nel frattempo la diffusione del virus del morbillo di origine vaccinale continuava a svolgere il suo lavoro nel minare il sistema immunitario generale della popolazione.

Ora, dal momento che la naturale immunizzazione verso il morbillo ed il suo contributo per lo sviluppo del sistema immunitario umano è stata ostacolata dalla vaccinazione, generazioni di bambini con la cosiddetta “immunizzazione inadeguata” cresceranno senza una propria immunizzazione da trasferire alla successiva generazione che, a sua volta potrà contrarre il morbillo in un’età (precoce) nella quale dovrebbe essere protetta dagli anticorpi materni, con tutte le conseguenze del caso.

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